Proteste contro l’immigrazione in Sudafrica: nessun bagno di sangue, ma così si segue la strada della forza
Il 30 giugno era scritto come un ultimatum sui muri del Sudafrica da settimane: entro quel giorno i migranti irregolari dovevano andarsene fuori dal Paese, altrimenti avrebbero provveduto loro. La firma era di due gruppi che si definiscono vigilantes, Operation Dudula e March and March. In molti si aspettavano manifestazioni violente che per fortuna non ci sono state, la maggior parte delle marce sono state pacifiche secondo fonti ufficiali (108 su 120 secondo polizia), ma è arrivato qualcosa che dura di più.
Le proteste ci sono state. A Johannesburg e a Durban qualcuno è stato colpito da colpi di arma da fuoco, alcuni migranti sono stati buttati fuori di casa dai dimostranti. Gli arrestati sfiorano il migliaio, solo che dentro quella cifra ci sono anche i migranti irregolari, e quanti fossero gli uni e quanti gli altri non lo ha spiegato nessuno. Il fantasma del 2008, quando la caccia allo straniero lasciò a terra più di sessanta persone e costrinse alla fuga folle intere, è rimasto sospeso.
Poi, ancora prima che i cortei si svuotassero, l’annuncio. March and March tornerà in strada ogni giovedì. Da qui a novembre, quando si vota per le amministrative nelle città più grandi. Lo ha detto Jacinta Ngobese Zuma, leader di March and March, davanti a una folla: non ci fermeremo, finché non se ne saranno andati tutti.
Sono gli africani neri arrivati da fuori a contendersi lavoro e servizi con i sudafricani più poveri. Eppure le proporzioni non tornano. Gli stranieri censiti nel 2023 sono 2,4 milioni in un Paese che ne conta 62. Mettendoci pure chi non ha documenti in regola, si arriva al massimo a quattro milioni. La provenienza è quasi sempre la stessa: Zimbabwe, Mozambico, Lesotho, Malawi, Nigeria, Somalia. Numeri troppo piccoli per reggere l’accusa di essere la radice di ogni male sudafricano. Il problema vero sta altrove, e ha radici che con i migranti non c’entrano. Qui il lavoro manca a un adulto su tre, e tra i ragazzi sotto i 25 anni senza un impiego è più di uno su due. La ricchezza è distribuita in modo più diseguale che in qualunque altro paese del pianeta: pochi hanno moltissimo, la maggioranza quasi niente.
La corrente elettrica va e viene da anni, perché Eskom, l’azienda pubblica che la fornisce, è al collasso. E chi chiede asilo resta in un limbo: oltre 160 mila pratiche sono ferme, un arretrato che nessuno riesce a smaltire. Sopra tutto questo c’è l’Anc, il partito di Mandela che governa senza interruzioni dal 1994 e che una settimana sì e l’altra pure finisce dentro un’inchiesta per corruzione. Sono queste le crepe che i movimenti anti-immigrazione additano ai migranti, quando la causa è il cedimento dello Stato.
La politica ha imboccato la strada della forza. Il presidente Cyril Ramaphosa ha condannato le violenze e ha ricordato che non è l’immigrazione a spiegare i guai del Paese. Nello stesso discorso, però, ha promesso espulsioni più veloci, più controlli, tremila militari dispiegati in ogni provincia fino a fine luglio. Si parla di una classe dirigente che ha abdicato, lasciando un vuoto che i cittadini hanno riempito facendosi giustizia da soli, in modo illegale.
Ma la sua accusa mira più in alto. I capi di Stato africani, dice, smettano di depredare i propri Paesi e affrontino la migrazione insieme, dentro l’Unione Africana. Ai vertici di Addis Abeba e Durban, si racconta, i leader ridono e si scambiano battute. Discutono di interessi privati, di convenienze. Di chi resta indietro, quasi mai.
Il 30 giugno non ha consegnato il bagno di sangue che tutti temevano. Ha consegnato una scadenza fissa. Ogni giovedì, fino a novembre, il Sudafrica scenderà in piazza a decidere chi è di troppo e chi no.