Gaza e il clima sono due stufe accese: ci dovrebbe bruciare la coscienza, non assuefarci
L’assuefazione a situazioni intollerabili, almeno da un punto di vista emotivo, è una delle caratteristiche della nostra adattabilissima specie. Certo, se ci sediamo su una stufa accesa non possiamo pensare di assuefarci: il dolore ci costringe ad allontanarci dal pericolo. Ma sul piano emotivo siamo molto più elastici.
Ricordo le immagini della guerra del Vietnam, con la fotografia della bambina nuda che corre urlando, il corpo devastato dal napalm. La mia famiglia cenava davanti al telegiornale e, pur colpiti da quelle immagini, non smettevamo di mangiare. Arrivava la notizia successiva e cancellava quella precedente. In questi giorni, però, mi sono successe due cose che hanno cambiato la mia percezione di ciò che sta accadendo.
La prima è stata una vera “stufa accesa”. Sono tornato all’Isola del Giglio dopo cinquant’anni. Ci avevo trascorso dodici estati della mia giovinezza e conoscevo quell’isola palmo a palmo. Ho ritrovato molti luoghi, molti ricordi e anche alcuni amici di allora, fra cui uno che è stato sindaco per molti anni. Ho deciso di percorso il sentiero che collega Giglio Castello a Capel Rosso: dieci chilometri complessivi, una distanza che affronto abitualmente.
L’andata è stata splendida, in mezzo a una vegetazione magnifica. Abbiamo fatto il bagno, mangiato qualcosa e aspettato il pomeriggio inoltrato per ripartire. Faceva molto caldo. Più di 33 gradi. Avevamo un litro d’acqua a testa e pensavamo bastasse. Non è bastato.
Quando frequentavo il Giglio, se si raggiungevano i trenta gradi la notizia finiva sui giornali, e non accadeva certo a giugno. A un certo punto ha cominciato a girarmi la testa. Faticavo a stare in piedi. Dovevo fermarmi e appoggiarmi agli alberi. Facevo pochi passi e sentivo di nuovo che le gambe non mi reggevano. So benissimo di avere 75 anni e conosco i miei limiti. Ho affrontato percorsi molto più impegnativi di quello. Ma non con quel caldo e senz’acqua.
Per fortuna è passata un’auto che ci ha dato un passaggio. Probabilmente mi ha salvato la vita, visto che i cellulari non prendevano in quella parte dell’isola.
Per anni ho messo in guardia dalle conseguenze del riscaldamento climatico, descrivendone i sintomi: l’arrivo di specie tropicali, la scomparsa di specie mediterranee, gli sfasamenti dei cicli riproduttivi. Nel 2003 la prima grande ondata di calore provocò migliaia di morti, soprattutto nelle case di riposo. Da allora abbiamo riempito case e uffici di aria condizionata. Un conto, però, è prevedere ciò che accadrà (agli altri). Un altro è sperimentarlo sul proprio corpo. Io non ero in una casa di riposo. Eppure, per la prima volta, mi sono trovato seduto su quella stufa accesa.
Le conseguenze del riscaldamento climatico stanno arrivando più rapidamente e con maggiore intensità di quanto molti di noi immaginassero. Dovrò essere molto più prudente. La mia fragilità è aumentata non tanto perché sono cambiato io, ma perché è cambiato il mondo che mi circonda. Persino io, che da decenni descrivo possibili scenari molto gravi, sono rimasto colpito dalla rapidità con cui stanno diventando realtà.
E poi c’è Gaza. Anche Gaza è una stufa accesa. Solo che il dolore non arriva direttamente sulla nostra pelle e quindi riusciamo ad assuefarci.
Ho collaborato per molti anni con ricercatori israeliani. Ho partecipato a progetti Italia-Israele e persino a una missione diplomatica guidata dalla ministra Giannini. Per decenni ho lavorato nella Commissione Internazionale per l’Esplorazione Scientifica del Mar Mediterraneo, nata anche con l’obiettivo di costruire pace attraverso la diplomazia scientifica. Il mondo scientifico europeo ha intrecciato rapporti intensissimi con Israele.
Dal punto di vista della ricerca scientifica e tecnologica, dell’organizzazione della società, gli israeliani sono proprio come noi. Non è un caso che Israele partecipi ai programmi europei di ricerca come Paese associato, contribuendo anche finanziariamente, in condizioni molto simili a quelle degli Stati membri. Proprio per questo ciò che accade oggi è ancora più difficile da comprendere. E poi gli israeliani hanno le nostre stesse facce, tanto che i nazifascisti dovevano marcarli con la stella di David. Con i neri non ce n’è bisogno!
Da ragazzo, a un certo punto, capii che nei western i buoni non erano i bianchi. “Noi” eravamo i coloni. “Loro”, gli indiani, cercavano di difendere la propria terra. In Africa i colonizzatori eravamo noi europei e gli italiani, “brava gente”, furono i primi a usare gas contro la popolazione civile.
Oggi sentiamo parlare dei coloni in Cisgiordania. Una parola che sembrava appartenere ai libri di storia e che torna a descrivere il presente. Nei western, quando i coloni sembravano in difficoltà, arrivavano le giacche blu a salvarli, e sterminano gli indiani. Oggi i coloni israeliani prendono le terre dei palestinesi e sono protetti dall’esercito.
Non riesco più a considerare tutto questo come qualcosa che riguarda “gli altri”. Quello che sta accadendo coinvolge anche noi: per le relazioni politiche, economiche, scientifiche e commerciali che abbiamo costruito con Israele. Continuiamo a comprare tecnologie, sistemi di sicurezza, a mantenere rapporti sempre più stretti.
Dovremmo alzarci da questa stufa accesa. Non perché ci stia bruciando il corpo, ma perché dovrebbe bruciarci la coscienza. Così rimuoviamo il fatto che, stando così le cose, gli israeliani che uccidono i bambini sono noi. Ci siamo assuefatti.