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Dormire nell’ex Villaggio Eni tra le Dolomiti: storia dell’utopia operaia voluta da Enrico Mattei, oggi un hotel a due passi da Cortina d’Ampezzo

Nato come esperimento sociale per far incontrare operai, impiegati e dirigenti in vacanza senza distinzioni, oggi il complesso torna a vivere. Il nostro viaggio tra le vette ampezzane, la memoria storica del Lagazuoi e l'architettura ipogea del nuovo chalet ai piedi delle Tofane

Testo di Vittorio Saladini
Dormire nell’ex Villaggio Eni tra le Dolomiti: storia dell’utopia operaia voluta da Enrico Mattei, oggi un hotel a due passi da Cortina d’Ampezzo

Un tuffo all’indietro nel tempo. Anni ’50, pieno del boom economico italiano. Anni in cui il presidente dell’Eni, Enrico Mattei, decide di trasformare in qualcosa di unico il piccolo borgo alpino di Borca di Cadore. Oltre 120 ettari di bosco privato alle pendici del monte Antelao (3.242 metri di altezza) vengono trasformati in un “cantiere sociale”. Un’idea rivoluzionaria, utopistica. Un vero esperimento sociale. Altro che Grande Fratello. Creare non solo un luogo di villeggiatura per tutti i suoi dipendenti Eni, ma una comunità, un “villaggio” da seimila abitanti che mettesse insieme l’operaio al dirigente, o semplicemente a un suo impiegato senza distinzioni di classe. Una vacanza tra la natura a spese sue. Davvero una strana idea… Un’idea nata sul modello di Metanopoli, “città ideale” costruita dall’Eni nel 1952 a San Donato Milanese. Un’idea che Enrico Mattei prova a ripetere due anni dopo nella vicina Cortina d’Ampezzo. Un’opera realizzata interamente dall’architetto Edoardo Gellner (in collaborazione con Carlo Scarpa per alcune sue parti) che prima di tutto individua la montagna. Quella sempre al sole. Quella fatta in gran parte di pietre. Nasce così un villaggio completo e armonico che si fonde nella sua natura nonostante la sua vastità: 280 ville per le famiglie (oggi tutte vendute ai privati), la colonia per i bambini (30.000 metri quadri), il campeggio per i ragazzi con tende fisse, la Chiesa Nostra Signora del Cadore, la struttura alberghiera, il residence che oggi accoglie anche un Parco Avventura.

Luoghi pensati, ragionati per tutti, senza badare a spese per i materiali di realizzazione. Basti pensare ai legni pregiati che nel tempo non hanno perso il loro fascino. C’è anche l’ebano arrivato dall’Africa. Arrivato come forma di pagamento. Un legno pregiatissimo che Mattei consegna nelle mani di Gellner. Un luogo dove l’architettura si è appoggiata alla montagna. Non c’è dubbio. Poi però la scomparsa di Mattei (qui si aprirebbe un’altro capitolo…), nel 1962, ridusse la spinta necessaria alla realizzazione di questo esperimento d’utopia sociale, che fu dunque completata solo in parte, rispetto al progetto iniziale. Una struttura che la stessa Eni ha poi deciso di abbandonare nel tempo.

Oggi, il ripasso di storia è finito, a oltre sessant’anni dalla sua realizzazione, il villaggio, ha ricominciato a vivere grazie all’impegno del Gruppo Mi.No.Ter, che tutela con rispetto e passione un patrimonio culturale e architettonico unico. E la dimostrazione è evidente, anche per chi non è un architetto. Il nostro viaggio (senza auto, almeno inizialmente) comincia da Milano, Stazione Centrale. Si arriva fino a Venezia Santa Lucia (ma si può scendere anche alla stazione di Venezia-Mestre). Poi si prosegue su gomma. Autostrada fino a Belluno, poi direzione Valle di Cadore. Dopo una quarantina di minuti di macchina, senza troppe curve e un paesaggio incantato (rivisitato anche grazie alle recenti Olimpiadi Invernali di Milano-Cortina) si raggiunge Borca di Cadore, un paese di montagna, a quota 942 metri sul livello del mare. Qui, nascosto tra gli alberi di larici e abeti c’è l’Hotel Boite. La nottata prima tappa, la prima struttura interamente recuperata dell’ex Villaggio Eni. Sei piani, 84 stanze, tutte rivolte verso il Monte Pelmo. Uno splendore. C’è pace, c’è silenzio. Ci sono i cervi che in alcuni periodi della stagione passeggiano indisturbati nel prato davanti all’albergo, lontano, giusto ricordarlo dalla strada principale.

L’aria qui è diversa. È pulita. Qui il caldo è diverso. Le stanze, nonostante qualche inevitabile modifica (i bagni e pure il televisore che Mattei non avrebbe voluto per permettere la convivialità tra gli ospiti) sono rimaste le stesse. Lo spirito anche. Si respira tradizione anche davanti a un inevitabile sviluppo. Una tradizione che piace a chi proviene dalla Corea del Sud, dai Paesi dell’Est e dalla vicina Germania. L’obiettivo ci raccontano è «mantenere viva la storia di questo villaggio senza farlo diventare un museo». Poi ancora: «Noi vogliamo che questo posto torni a vivere in primis per la gente di Borda di Cadore». E così sta succedendo. La Chiesa con le sue linee verticali, l’alta guglia in acciaio e il tetto a spioventi coperto da ampie vetrate, è quasi sempre aperta, ci si possono celebrare matrimoni. La struttura apparentemente fredda ha quel qualcosa di magico. A cominciare dalla sua pavimentazione, dai lampadari che possono cambiare colore. Il Campeggio sta prendendo nuovamente vita. Le capanne fisse in legno a sei posti letto, distinte per colore e rialzate dal suolo tramite sostegni in cemento armato, sono in perfetto stato. Da “riprendere” le parti comuni. Ma ci si sta lavorando. Ma quello che non manca mai è la luce naturale. La luce del sole.

Da capire invece il futuro della Colonia (poteva ospitare fino a 600 bambini e 200 inservienti), composto da 15 corpi. Una struttura che si articola su diversi padiglioni, dormitori, mense, spazi comuni (notevole è l’aula magna, ancora illuminata dal meraviglioso lampadario “nuvola” progettato da Edoardo Gellner). Davvero immensa. Girarci dentro da soli c’è il rischio di perdersi tra mille finestre a ogni altezza (di bambino), tra rampe (non ci sono scale) che collegano le aule gioco dalle camerate. E che camerate. Avete presente il film The Shining diretto e prodotto da Stanley Kubrick? Camminare lì, tra questi lunghi e disabitati corridoi ti dà questa impressione… Ma non spaventatevi. Dopo anni di abbandono, devastazioni, furti (qualcuno si è anche venduto i mobili di Gellner…) oggi c’è la voglia di riprendere in mano il progetto. Ma c’è bisogno di un forte aiuto economico, magari della Regione Veneto, perché questo luogo possa riprendere a vivere come voleva Mattei. Intanto, con le proprie forze, Minoter, sta cercando di proteggere un patrimonio, di rimetterlo in piedi.

Cosa si può fare a Borca di Cadore? Dalle più semplici passeggiate nei boschi, o lungo il tracciato dell’ex-ferrovia delle Dolomiti, fino alle vie ferrate e alle scalate sulle cime circostanti. Il nostro consiglio? Un semplice itinerario che si snoda tra strade e sentieri nel bosco di Corte delle Dolomiti. Partendo dalla Chiesa raggiungiamo il Campeggio, passeggiando tra le ville disseminate lungo il percorso. Al ritorno passiamo invece vicino all’ex satellite per poi tornare alla Chiesa attraverso un sentiero più panoramico. Un giretto di un’ora, per un percorso complessivo di poco più di 4 Km. All’interno del Residence Corte si trova la sede del Corte Mountain Lab, che offre corsi di orienteering, arrampicata sportiva indoor e outdoor, forest bathing, escursioni in e-bike, laboratori per famiglie e ragazzi nel bosco di Corte delle Dolomiti e nelle aule disponibili nella struttura. Grazie alle competenze di guide esperte e specializzate.

Tra il Residence Corte e l’Hotel Boite si trova, inoltre, il SuperCorte Adventure Park, una grande area giochi all’aperto dove i bambini, ma anche i grandi, imparano giocando. Qui, nella palestra educativa che è la montagna, con il supporto dello staff si possono affrontare i 3 percorsi (verde, rosso e blu, distinti per difficoltà) del parco avventura. Assolutamente consigliato: Nicoletta e Lara non ti lasciano mai solo anche nei punti più “avventurosi” del percorso! In alcuni muri di contenimento dell’Hotel Boite e in una parete dello stesso edificio sono state realizzate 3 ferrate e vie attrezzate, con difficoltà fino al 5B (secondo la scala francese). Le lunghezze, comprese tra i 3,80 e i 6 metri, permettono di affrontare salite brevi ma significative. Dopo tutto questo sforzo ci siamo dedicati una mezza giornata nella Spa. C’è tutto. Non manca niente. Anche qui la vista è incantevole. Il must? Una sauna aromatica guardando il monte Pelmo.

A quindici chilometri di distanza da Borca di Cadore, lasciandosi alle spalle le geometrie del villaggio ex Eni, la strada risale la valle per aprirsi, dopo circa venti minuti di auto, sulla conca d’Ampezzo. È hier che si svela Cortina, la regina delle Dolomiti, una destinazione la cui sovranità paesaggistica è stata recentemente rinvigorita dal potente volano dei Giochi Olimpici Invernali del 2026. L’eredità dell’evento a cinque cerchi si fa sentire con forza sul tessuto ricettivo e culturale dell’intera valle. “Le Olimpiadi hanno dato una nuova vita, un nuovo slancio alla destinazione”, spiega Rosanna Conti, Cluster General Manager Cortina Dhom Collection, fotografando una stagione che si sta rivelando tra le migliori di sempre per lo scalo montano. “La montagna è diventata un luogo di vacanza non solo ad agosto“, aggiunge, confermando una tendenza che dilata i tempi della frequentazione alpina ben oltre i mesi canonici.

I dati statistici e le stime diffuse da Federalberghi per la stagione estiva confermano questa parabola forse mai così ascendente. I tassi di occupazione delle strutture ricettive ampezzane registrano una media dell’82% per i mesi di luglio e agosto, con picchi che sfiorano il 95% nelle settimane centrali del periodo di ferie, segnando un incremento del 7% rispetto alla stagione precedente. A guidare la classifica degli arrivi sono i viaggiatori statunitensi, che da soli rappresentano ormai il 34% delle presenze straniere complessive nella conca, attratti oltreoceano dall’esposizione mediatica globale di Cortina. La loro prima impressione dinanzi alla verticalità delle cime si riassume spesso in unanime stupore per la monumentalità di un territorio rimasto intatto nel tempo. La geografia dei flussi turistici sta tuttavia ridisegnando i propri confini: accanto alla solida presenza di australiani e alla crescita dei viaggiatori provenienti dall’Est Europa, l’area sta registrando un’importante apertura verso i mercati asiatici, in particolare da Singapore e dalla Corea del Sud.

Per chi decide di addentrarsi tra queste montagne, il territorio offre itinerari che colpiscono per il continuo mutamento della luce sulla roccia. Muovendosi verso il confine con l’Alta Pusteria, lo sguardo viene catturato dalle Tre Cime di Lavaredo, le cui tre gigantesche dita di dolomia si innalzano isolate contro il cielo, offrendo uno degli spettacoli più iconici e fotografati dell’arco alpino, dove la roccia assume sfumature che variano dal grigio pallido all’arancio infuocato del tramonto. Verso sud-ovest, il profilo muta radicalmente salendo al Passo Giau, un altipiano prativo d’alta quota dominato dalla mole del Nuvolau, da cui la vista spazia a perdita d’occhio sulle principali vette ampezzane. Da qui i sentieri conducono alle Cinque Torri, un bizzarro e monumentale frammento di roccia spezzata che si staglia come un castello di pietra in mezzo ai pascoli. Queste torri non sono solo una meta per gli alpinisti, ma custodiscono, insieme al vicino massiccio del Lagazuoi, una delle pagine più intense della memoria del Novecento. Camminare lungo le cenge del Lagazuoi significa attraversare il Museo all’aperto della Prima Guerra Mondiale: un dedalo di trincee, camminamenti, postazioni di vedetta e gallerie interamente scavate nella pietra dai soldati oltre un secolo fa. Qui il silenzio delle grandi altezze si fonde con la solennità della storia, offrendo un percorso che è al tempo stesso un viaggio geologico e una testimonianza umana.

Al rientro da queste escursioni, il racconto del territorio e del suo legame con il paesaggio trova una tappa di sosta nello Chalet Franz Kraler – Club Moritzino, situato a Socrepes, proprio ai piedi delle Tofane. Il progetto, ideato da Franz e Daniela Kraler, due “istituzioni” dello shopping nella Perla delle Dolomiti, in collaborazione con lo studio BlueArch di Bolzano, si inserisce nella conca ampezzana con un approccio mimetico. La struttura si sviluppa infatti su tre livelli, due dei quali sono ipogei, scavati direttamente nella roccia per ridurre al minimo l’impatto visivo sulle pendenze dello scalo sciistico. Il rivestimento esterno in larice scuro, segnato da netti tagli di luce, richiama le stratificazioni delle pareti dolomitiche circostanti, mentre le ampie superfici vetrate riflettono il mutare del cielo. All’interno, l’architettura gioca con la materia e con i simboli del territorio, come la pietra dolomia, il legno di recupero e il ferro lavorato a mano. Una scala sospesa a nastro elicoidale fluttua verso la luce naturale della cupola centrale, mentre alla base un grande braciere circolare dialoga con una macchina per la neve artificiale, creando un richiamo visivo alla stagionalità della montagna. L’uso di pareti in vetro colato e di cemento luminescente che rilascia la luce accumulata durante il giorno completa uno spazio concepito per offrire una sosta accogliente ai piedi delle piste, dove l’innovazione architettonica cerca un punto di contatto e di rispetto con la natura circostante.

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