Una distesa trasparente, densa e quasi immobile, che galleggia sotto il pelo dell’acqua e muta con il passare delle ore. Chi ha navigato al largo di Pila e nel cuore dell’Alto Adriatico nelle ultime tre settimane si è trovato di fronte a uno scenario spettrale: un immenso tappeto gelatinoso che sembra inghiottire il mare. Di notte resta sospeso in superficie, una scura barriera invisibile al buio; di giorno, non appena il sole scalda l’aria, sprofonda lentamente verso il fondale, creando una coltre impenetrabile. Un enigma biologico che, prima ancora di trovare un nome definitivo nei laboratori, ha congelato l’attività di una delle marinerie più importanti d’Italia.
Come documentato da Il Gazzettino, dietro questo panorama inquietante si nasconde il conto salatissimo che il cambiamento climatico sta presentando al settore ittico. Gli armatori e i biologi stanno ancora conducendo accertamenti per identificare con esattezza la specie aliena che ha colonizzato le acque polesane: dalle prime verifiche potrebbe trattarsi della noce di mare (Mnemiopsis leidyi) o di banchi di salpe gelatinose, organismi che l’eccezionale innalzamento delle temperature marine ha fatto moltiplicare a ritmi esponenziali.
Le conseguenze sulla flotta di Pila sono drammatiche. Questa barriera fluttuante occupa esattamente lo spazio in cui i pescatori calano le reti “a volante” per catturare il pesce azzurro. Il risultato è che le maglie, invece di riempirsi di alici e sardine, imbarcano tonnellate di gelatina. Si crea così un vero e proprio tappo che impedisce il flusso dell’acqua e l’ingresso dei pesci. Non solo: quando gli argani tentano di issare i sacchi a bordo, il peso insostenibile dell’agglomerato spacca le cime e provoca profondi squarci nei tessuti delle reti, distruggendo le attrezzature.
I tentativi di mappare rotte libere sono falliti. Alcuni pescherecci hanno navigato per oltre cento miglia in una sola notte effettuando calate brevissime, ma sono rientrati in porto con appena un decimo del carico abituale. Per decine di imprese e circa sessanta famiglie, lo stop forzato è scattato così con un mese di anticipo rispetto al tradizionale fermo biologico ministeriale del primo agosto.
A quantificare il crollo a Il Gazzettino è Alessandro Ferro, presidente della cooperativa Pilamare: “L’ultima uscita è stata fatta nella notte tra lunedì e martedì. Sono state raccolte appena 50 casse di pesce, quando normalmente ne portiamo a terra circa 500. Dopo quell’esperienza gli equipaggi hanno deciso di fermarsi”. Una paralisi che azzera i ricavi ma non i costi fissi, poiché gli armatori dovranno comunque garantire il minimo contrattuale ai marinai per non perdere la manodopera. Di fronte a questa emergenza, Coldiretti Pesca Rovigo ha chiesto l’apertura immediata di un tavolo tecnico con le istituzioni per rivedere i calendari del fermo pesca e attivare sussidi straordinari a sostegno del reddito dei lavoratori rimasti a terra.