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Quel che resta della Costituente

Il 25 giugno 1946 iniziò i lavori l'Assemblea che scrisse la nostra Carta fondamentale. La sensazione di distanza è siderale: oggi il 30% degli italiani preferisce i regimi autocratici
Quel che resta della Costituente
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Le celebrazioni per gli 80 anni della Repubblica sono passate davvero sottotono. E, naturalmente, ancor più sottotono è passato l’anniversario della contestuale elezione dell’Assemblea costituente, che iniziò i suoi lavori il 25 giugno 1946. Per gli ultimi romantici, forse un peccato; ma, in fondo, è normale che sia così.

Al di là di ogni retorica, è nella natura delle cose che l’esperienza della fase costituente abbia in qualche modo esaurito la propria forza di integrazione simbolica. Tutto quanto quella esperienza ha rappresentato si spiega in ragione di circostanze storiche di per sé irripetibili, e che sono ormai distanti incolmabilmente dalle circostanze attuali. È difficile identificare qualcosa di quell’esperienza che possa essere realisticamente riproposta oggi, quasi ad auspicarne reviviscenza, senza indulgere alla retorica stantia del laudator temporis acti.

Anche il dato che, di questa esperienza, potrebbe apparire politicamente ancora interessante – l’opera di compromesso che in Assemblea fu composta – andrebbe precisato. È vero, infatti, che il lavoro costituente fu determinato da una larga intesa dell’arco politico democratico che restò invariata fino all’approvazione del testo finale (nonostante, fuori dalle stanze costituenti, le divisioni cominciassero a infuriare). Ma la natura di quel compromesso si spiega (e si giustifica, se chiede una giustificazione) in ragione di circostanze oggettivamente eccezionali. Enzo Cheli, in un bel saggio su Il problema storico della costituente, del 1978, lo spiega molto bene. La tenuta di quelle larghe intese – che pure non furono scevre di critiche, prese di distanza, o almeno di precisazioni – fu agevolata enormemente, da un lato, dalla condivisione di un comune manifesto valoriale che includeva difesa dell’unità nazionale, rispetto per la tradizione risorgimentale e antifascismo, e dall’altra dalla comune appartenenza dei (principali) costituenti ad un comune coté culturale, con rapporti (almeno) di reciproca stima personale. Ciò rende quel compromesso un hapax legòmenon, inidoneo ad una realistica esemplarità.

Se uno si va a leggere le prime parole di quell’Assemblea è subito invaso da una sensazione di distanza siderale. Il primo colpo arriva con il discorso inaugurale di Vittorio Emanuele Orlando, il più anziano degli eletti; non tanto per il tono misto di lirismo e retorica, quanto invece per quel riferimento centrale, e così enfatizzato, ad “un ordine nuovo in cui i partiti da semplici forze politiche verrebbero assumendo figura e caratteri di natura giuridica costituzionale”. Poco più di un fossile, nel nostro scenario post-apocalittico.

Ma il colpo definitivo arriva il secondo giorno dei lavori, 26 giugno 1946, quando prende la parola Giuseppe Saragat, 48 anni, appena eletto Presidente dell’Assemblea. Dice: “Senza l’adesione di tutto il popolo ai principi della democrazia politica, non soltanto non è possibile alcun progresso umano, ma le stesse conquiste legateci da secoli di storia sono insidiate e minacciate di rovina”. Vengono i brividi a pensare che, sei mesi fa, il Censis ci diceva che il 30% degli italiani ritiene i regimi autocratici più adatti di quelli democratici. La democrazia costituzionale – come diceva Saragat – si regge sull’adesione di tutto il popolo ai suoi principi, altrimenti muore. E noi siamo, oggi, ben lontani da questa generale adesione.

C’è una cosa, però, proprio nel discorso di Saragat, che mantiene un suo interesse vitale, ed è il riferimento alle generazioni che, dall’instaurazione della dittatura, erano state escluse dalla libera partecipazione politica, e che riprendevano fiato proprio in quella stagione costituente. In effetti, alla caduta del regime, già nel ’43, emerse con incredibile vitalità un tessuto di impegno politico che, in una clandestinità di venti anni, aveva continuato a palpitare. Oggi siamo, evidentemente, in una situazione diversa. I partiti, per fortuna, esistono, ma conoscono una crisi di decenni, ormai, che ne rende le forme tradizionali del tutto superate. La democrazia regge, ma il consenso su cui essa si fonda conosce delle crepe significative, che non paiono ricomporsi nel breve periodo, chiedendo di mettere almeno in conto il rischio di una sua crisi.

E c’è peraltro un altro tratto di analogia con l’esperienza pre-costituente: la percezione (se non addirittura la realtà) di uno scollamento insuperabile tra la sfera della decisione politica e la base sociale, la quale, nella crisi dei corpi intermedi, avverte la sua incapacità di incidenza sulla sfera pubblica. D’altra parte, si spiega anche a motivo di questo scollamento la generale impermeabilità rispetto alle celebrazioni di questo 80esimo. In questo contesto, è importante vigilare a che quello in cui non riuscì il fascismo – evirare le capacità politiche del Paese – non riesca invece a farlo chi è venuto dopo. Si tratta, facendo a meno delle forme partitiche tradizionali (come furono costretti a farne a meno durante la dittatura), di esercitare fantasia nel tessere reti e percorsi, piccoli e grandi, di coscienza politica nel corpo della società civile.

Se è vero che le democrazie vanno in crisi, è anche vero che le crisi finiscono. Forse, nella crisi ci siamo già. Non ne conosciamo la durata, né la natura, ma sappiamo che, concluso questo ciclo, ci sarà bisogno di una capacità politica tessuta nel grembo di questi giorni, vivace e consapevole almeno quanto quella che fu protagonista della stagione costituente. Perché la nuova ricostruzione democratica che servirà sia felice come lo è stata quella di 80 anni fa, occorre lavorare in questo senso sin da ora.

Foto: Approvazione della Costituzione Italiana, in primo piano Alcide De Gasperi, sullo sfondo Teresa Mattei (Fonte: dati.camera.it)

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