Sanzioni, lo yacht sequestrato all’oligarca? Ora bisogna pagare pure il tagliando: la spesa totale sale a 40 milioni
“Un caso raro di sanzioni contro se stessi”. C’è tutto lo spirito triestino, caustico e irriverente, nella battuta che senti sul molo San Carlo (chiamato anche Audace) all’ora del tramonto. Lì davanti, in mezzo al golfo, ecco l’oggetto dell’ironia: il più grande yacht a vela del mondo. “A”, si chiama, giusto una lettera. Secondo le autorità italiane la sua proprietà sarebbe riconducibile all’oligarca Andrey Melnichenko, nato in Bielorussia e vissuto in Russia.
Ormai è diventato parte del paesaggio di Trieste. Il tre alberi lungo 142 metri da quattro anni è ormeggiato in rada. Sequestrato dalle autorità italiane come sanzione contro Vladimir Putin e i suoi amici dopo l’aggressione all’Ucraina.
Una vicenda interminabile, una serie infinita di corsi e ricorsi giudiziari. Tonnellate di carte da bollo. Fino alle novità degli ultimi giorni: la Corte di Giustizia Europea ha stabilito che il congelamento dei beni degli oligarchi è legittimo – tra questi la barca (o forse sarebbe giusto chiamarla nave) di Melnichenko – sempre che sia dimostrata la proprietà riconducibile agli imprenditori russi. Questione di lana caprina, però, perché qui ci sono di mezzo trust con sede in tutto mondo. Quindi, in attesa di altre pronunce sull’effettiva proprietà, il super yacht per adesso resta al suo posto. A Trieste, appunto. Una vittoria per lo Stato italiano, ma forse soltanto sulla carta, come vedremo.
Ma c’è una seconda novità: come ha riportato il quotidiano Il Piccolo, “A” richiede un tagliando che dovrà essere effettuato entro gennaio. Tutto sommato una procedura di routine per qualsiasi imbarcazione, ma, parlando di una nave di queste dimensioni, ci ballano milioni che – essendo la barca sotto sequestro – rischiano di finire sul groppone dello Stato italiano. Quindi del contribuente. Cioè noi.
Ecco il senso della battuta raccolta sul molo San Carlo: mantenere un’imbarcazione come A costa. Tantissimo. Parliamo di 24.600 euro al giorno fanno 9 milioni l’anno. E in totale sono già 40, euro più euro meno. Adesso si aggiungeranno i milioni previsti per il tagliando che non può essere evitato. Pena la necessità di tirare in secco la nave: operazione perfino più onerosa.
Intanto ecco che i lavori accendono gli appetiti delle ditte specializzate: per partecipare alla gara si sono fatte avanti imprese di Trieste e Genova.
Ma qui si apre un’ulteriore rogna: una volta compiuto il tagliando, il super yacht probabilmente sarebbe destinato a restare nel porto dove saranno realizzati i lavori. E le autorità portuali triestine e genovesi non sono così smaniose di ospitare il colosso.
Bisogna, infatti, conservare con la massima cura un gioiello varato nel 2015 e costato 530 milioni, perché, se mai ci fossero dei danni, si rischierebbe di doverli pagare al proprietario. “A”, ricordano le cronache, è opera di uno dei designer più famosi del mondo, Philippe Starck. Per lo scafo è stata utilizzata una speciale vernice scintillante che pare d’argento. I tre alberi rotanti di carbonio sono alti come un palazzo di 8 piani. La superficie velica sfiora i 4 mila metri quadrati. Metà di un campo di calcio regolamentare.
Dall’11 marzo 2022 – poco dopo lo scoppio della guerra in Ucraina – “A” è trattenuto a Trieste. Le autorità italiane infatti ritengono che la proprietà sia riconducibile a Melnichenko o a sua moglie. Parliamo di quello che, secondo Forbes, grazie alle sue attività nel commercio di fertilizzanti e carbone, nel 2022 era al 117° posto nella classifica degli uomini più ricchi del mondo con un patrimonio di 27,5 miliardi. In fondo per uno come lui privarsi dello yacht non è una tragedia.
La vicenda rischia di essere più dolorosa per le esangui casse pubbliche italiane. Al punto da spingere perfino Matteo Salvini, ministro delle Infrastrutture e dei Trasporti, a prendere posizione sulla questione: “Che follia! Quanti soldi sta costando agli italiani, non ai russi… Noi per fare un danno ai russi stiamo pagando con i soldi degli italiani”.
Paradossi della politica: Salvini, ministro del Governo Meloni che vuole le sanzioni, si schiera contro. Ennesima sparata del leader leghista oppure segnale di una questione più serie e più profonda: il diverso atteggiamento nella maggioranza nei confronti di Russia e Ucraina. Anche la politica estera incrocia la rotta dello yacht.
Ma l’Italia non è l’unico paese che rischia di pagare di tasca propria le sanzioni che ha inflitto contro navi e panfili dei Paperoni russi. Sono almeno dieci i maxi yacht (da 156 a 38 metri), forse riconducibili a proprietà russe, trattenuti da autorità europee. Il record spetta alla Germania che nei suoi porti ha bloccato il Dilbar, sesto yacht a motore più grande del mondo. Una Versailles galleggiante: 156 metri di lunghezza e 15.917 tonnellate di stazza lorda per 3.800 metri quadrati di spazi abitabili.
Per adesso, come ha deciso la Corte di Giustizia Europea, l’Italia ha vinto: potrà tenersi ancora “A”. Ma chissà se sia davvero una vittoria oppure una condanna. Se continua così, dopo i lavori previsti entro gennaio, il conto rischia di arrivare a 50 milioni.
Il triestino Umberto Saba proprio al molo San Carlo dedicò una poesia: “Vedo navi il cui nome è già un ricordo d’infanzia”. Chissà cosa scriverebbe oggi guardando la sagoma argentea dello yacht “A”.