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Perché il patto tra Cgil, Cisl e Uil peggiorerà le condizioni di lavoratrici e lavoratori

Estendere il fallimentare “Patto della Fabbrica”? Questo è un accordo corporativo di contenimento dei salari: il trionfo del modello Cisl, che va benissimo a Giorgia Meloni
Perché il patto tra Cgil, Cisl e Uil peggiorerà le condizioni di lavoratrici e lavoratori
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Il 17 giugno Cgil-Cisl-Uil hanno sottoscritto tra di loro un patto che peggiorerà ancora le condizioni delle lavoratrici e dei lavoratori e che rappresenta un chiaro sostegno al governo Meloni e alla sua politica del lavoro.

Il documento delle segreterie confederali ha lo scopo di aprire un negoziato per giungere a un “accordo quadro” con tutte le principali controparti imprenditoriali, dalla Confindustria, alla Confcommercio, alla Confedilizia, eccetera. Lo scopo è quello di sottoscrivere un accordo sugli accordi, che disciplini tutta la contrattazione dall’alto, in modo, questo è ciò che enunciano le confederazioni, di evitare i cosiddetti contratti pirata. Sostanzialmente Cgil-Cisl-Uil propongono di estendere a tutti i settori lavorativi il “Patto della Fabbrica”, sottoscritto con la Confindustria nel 2018. A sua volta quell’accordo riassumeva (e peggiorava) trent’anni di patti di concertazione, a partire da quelli del 92/93 che abolirono la scala mobile, ridussero il contratto nazionale al recupero, in ritardo e parziale, del potere d’acquisto e la contrattazione d’aziendale alle elargizioni dell’impresa.

Come sappiamo i lavoratori italiani sono gli unici, tra quelli dei paesi dell’Ocse, ad aver perso potere d’acquisto negli ultimi decenni ed è evidente a tutti, tranne che ai gruppi dirigenti confederali, che i tanti accordi di concertazione centralizzata tra le “parti sociali” siano corresponsabili di questo disastro. Dalla sigla del Patto della Fabbrica nel 2018 ad oggi, secondo l’Istat i salari dei lavoratori hanno perso dall’8,5 all’11% rispetto all’inflazione, una mensilità in meno. Ebbene, invece che trarre un bilancio dal fallimentare accordo sottoscritto, le confederazioni si propongono di estenderlo a tutti i settori.

Nella proposta sindacale è ribadita la distinzione tra TEM, trattamento economico minimo, la paga base dei contratti nazionali, e TEC, trattamento economico complessivo, tutto il resto, compresa l’eventuale riduzione d’orario, i benefit, la sanità privata e quant’altro.
È bene sottolineare che questo concetto pseudo sindacale del trattamento economico complessivo è alla base del decreto del Governo Meloni sul “salario giusto”, che ha escluso il salario minimo di legge.

Se un contratto nazionale ha una paga contrattuale di 6 euro all’ora, ma poi però si distribuisce nella paga oraria tutto ciò che il lavoratore percepisce, o ciò di cui usufruisce, in un anno, si arriva magari a 11 e più euro. Che in realtà sono fittizi. Il TEC è un trucco contabile che serve a far sembrare i salari più alti di quello che siano davvero. Lo hanno inventato Cgil-Cisl-Uil e Confindustria e ora lo adotta di buon grado il governo.

Il sistema riproposto da Cgil-Cisl-Uil prevede che gli aumenti dei contratti nazionali siano determinati dal famigerato IPCA-NEI, un indice dell‘inflazione sempre in ritardo e che esclude i “beni energetici importati”. Si proprio così, i lavoratori pagano l’aumento del gasolio, ma non possono recuperarlo nei contratti. Tutto il resto va giustificato con l’aumento della produttività. Insomma è vietato chiedere un aumento delle paghe dei lavoratori solo perché esse sono troppo basse. È il rifiuto del conflitto sociale e di classe che diviene sistema contrattuale, se nel 1969 ci fossero state le regole contrattuali di oggi, i lavoratori non avrebbero conquistato nulla.

L’accordo quadro e la centralizzazione della contrattazione non servono ai lavoratori, ma agli apparati di Cgil-Cisl-Uil e anche a quelli delle loro controparti. Sindacati e imprese costruiscono un proprio sistema, che si autolegittima e che respinge interventi esterni, siano essi della politica che degli stessi lavoratori. È un patto corporativo di contenimento dei salari, è il trionfo del modello CISL, che va benissimo a Giorgia Meloni, che ha pure assunto al governo l’ex segretario di quel sindacato.

Quanto alla Cgil, la sua è una resa, almeno rispetto a quanto essa proclamava. La Cgil abbandona il salario minimo di legge, il rifiuto del decreto 62/2026 del governo Meloni, la radicalità conflittuale propagandata in questi mesi, che resterà pure in qualche comizio, ma non dove si fanno le scelte vere.

Il patto di Cgil-Cisl-Uil conferma che per cambiare le condizioni del mondo del lavoro bisogna rompere il monopolio sindacale confederale, che da decenni scambia il peggioramento di salari e diritti con il riconoscimento del proprio ruolo, in un sistema sempre più corporativo e autoritario. Sostenere il sindacalismo conflittuale oggi non serve solo ai lavoratori, ma alla democrazia.

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