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Ti ricordi… Emilio Butragueño, leggenda del Real che ai Mondiali devastò la Danimarca e nei giorni liberi lavorava nella profumeria di famiglia

Nel corso della sua carriera rifiutò Juventus, Milan e Inter per restare nella sua Madrid e diventare una delle icone più amate del calcio spagnolo
Ti ricordi… Emilio Butragueño, leggenda del Real che ai Mondiali devastò la Danimarca e nei giorni liberi lavorava nella profumeria di famiglia
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Di errori, quando hai davanti uno così, non puoi permettertene: è fatale quello a fine primo tempo, con la Danimarca in vantaggio per uno a zero agli ottavi di finale contro la Spagna, ai Mondiali di quarant’anni fa. Non puoi sbagliare se hai un avvoltoio che ti volteggia in area, e infatti i 168 cm per 68 chili di rapacità di Emilio Butragueño Santos, in arte “El Buitre”, non perdonano i danesi e pareggia. Segnerà ancora. E ancora. E ancora. Prima sfruttando una sponda in area, poi ancora solo a centro area su assist di Olaya e infine su rigore conquistato da lui. In mezzo si era conquistato un altro rigore Butragueño, che però aveva concesso al suo compagno Goikoetxea. 5 a 1 finale per la Spagna, con “El Buitre” che praticamente da solo devasta la difesa danese.

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Un attaccante meraviglioso e implacabile lo spagnolo, nato a Madrid, e dove sennò, il 22 luglio del 1963: papà Emilio ha una profumeria in Calle de las tres Cruces, a due passi dalla Gran Via e oltre alle varie essenze il profumo vero che si sente lì dentro è quello “merengues”. Il padre è un fan sfegatato del Real ed è socio fin dal 1943 con la tessera 2048. Il 23 luglio del 1963 anche il piccolo Emilio, suo figlio, diventa socio blancos: il Real nel destino, no? Il destino è però pure un brillantissimo burlone: prima del calcio, per Emilio, c’era stato il basket.

Al Colegio San Antón lo ricordavano tutti per come faceva girare la testa ai difensori sul parquet: non aveva i centimetri del pivot, ma possedeva già quella capacità quasi geometrica di vedere lo spazio dove gli altri vedevano solo un muro di maglie avversarie. La pausa, quel modo tutto suo di congelare il tempo che lo avrebbe reso unico sul rettangolo verde, è un’eredità che nasce lì, tra un palleggio e un canestro. Il pallone tra i piedi arriva quasi per inerzia, come una conseguenza naturale del suo talento puro. Ma il destino, si sa, ama giocare con i colori.

A diciassette anni il ragazzo è già un gioiello che abbaglia. I primi a muoversi sono gli osservatori dell’Atlético Madrid. Emilio fa il provino, incanta, i dirigenti dei Colchoneros hanno già la penna in mano per fargli firmare il contratto. Sembra l’inizio di una storia biancorossa, ma c’è un ostacolo insormontabile. Indovinate quale? Ovviamente sì. Papà Emilio. Vedere il proprio figlio, l’erede della stirpe, con la maglia dei rivali cittadini è un’eresia inaccettabile. Muove mari e monti, pretende e ottiene un secondo provino con il Real Madrid, quello definitivo. E la storia, finalmente, imbocca il suo binario naturale.

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Da quel momento in poi, la crescita di Butragueño è una vertigine. Diventa il leader spirituale della Quinta, l’uomo capace di ridefinire l’estetica del calcio spagnolo, e inevitabilmente attira su di sé gli sguardi dei club più potenti del continente. Tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio dei Novanta, l’Italia è il centro di gravità permanente del calcio mondiale e l’Avvocato Gianni Agnelli si innamora perdutamente di quell’aristocratico del gol. La Juventus fa ponti d’oro, bussa alla porta del Bernabéu con valigie piene di miliardi; lo stesso fanno l’Inter, il Milan e più tardi la Fiorentina. Mezza Europa lo brama, lo vuole come pezzo pregiato da esibire in vetrina. Ma Emilio è un uomo d’altri tempi. Ai soldi e alla gloria della Serie A risponde sempre con il sorriso timido di chi ha già tutto ciò che desidera: la sua città, la sua gente, la sua profumeria di famiglia dove continua ad andare ad aiutare i genitori nei giorni di riposo, e quella camiseta blanca che sente come una seconda pelle.

Arriva al Mondiale messicano dopo il suo primo campionato vinto col Real ed essersi accaparrato anche due trionfi internazionali: la Coppa Uefa per due volte consecutive. Ma quella Spagna, con Salinas, Michel e Zubizarreta non è quella di oggi e dopo gli ottavi la formazione di Miguel Munoz si ferma contro il Belgio ai rigori. Emilio segna il suo, Eloy no e i belgi li segnano tutti. Ma se la nazionale si ferma a un passo dalla gloria, il palcoscenico del Santiago Bernabéu è pronto a trasformarsi nel teatro stabile della sua definitiva consacrazione. Tornato dal Messico con i gradi di stella mondiale, Emilio riprende le redini di quel Real Madrid che ha deciso di cannibalizzare il calcio spagnolo. Non è più solo il ragazzino prodigio che aspetta il pallone in area; è il fulcro, l’ispiratore, il direttore d’orchestra di una squadra che gioca a memoria. La Quinta del Buitre – completata dalla classe di Míchel, dalla solidità di Sanchís, dalle geometrie di Martín Vázquez e dall’estro di Pardeza – trova in lui il proprio punto di riferimento etico ed estetico. Cinque campionati consecutivi, vinti dal 1986 al 1990, polverizzando record e avversari.

Eppure, in quel lustro d’oro, c’è un’ossessione che tormenta le notti bianche di Madrid: la Coppa dei Campioni. Quel Real spettacolare sembra avere tutto per salire sul tetto d’Europa, ma sbatte sistematicamente contro i muri più alti del continente. C’è il Bayern Monaco, e soprattutto c’è il Milan degli immortali di Arrigo Sacchi. Le sfide contro i rossoneri diventano battaglie epiche, scontri generazionali tra due modi diversi di intendere la modernità calcistica. Emilio illumina la scena anche a San Siro, subisce i tackle duri di Baresi e Costacurta senza mai protestare, rialzandosi sempre con i calzettoni arrotolati sulle caviglie e la solita compostezza regale. Ma l’Europa dei grandi club gli rimarrà sempre sfuggente, quasi a voler dimostrare che anche le storie più belle devono conservare una sfumatura di malinconica incompiutezza.

Con la maglia delle Furie Rosse il copione si ripete simile, sospeso tra sprazzi di onnipotenza e sfortune collettive. Partecipa al Mondiale d’Italia ’90, un torneo opaco per la Spagna, dove la sua stella brilla meno rispetto a quattro anni prima. Lascerà la nazionale nel 1992. Il tempo, però, passa anche al Bernabéu. Nei primi anni Novanta l’era della Quinta volge al termine e a Madrid soffia il vento del cambiamento. Nel 1994, sulla panchina dei Blancos siede Jorge Valdano, proprio colui che un tempo descriveva Emilio come un prestigiatore capace di nascondere il pallone. Il calcio è diventato più fisico, più frenetico, e un ragazzino di diciassette anni di nome Raúl González Blanco inizia a chiedere spazio, mostrando lo stesso istinto predatore che Emilio aveva esibito dieci anni prima a Cadice. L’Avvoltoio capisce che il suo ciclo è finito. Non c’è spazio per il rancore nel cuore di un gentiluomo: accetta la panchina con dignità, fa da chioccia al suo erede e, nel 1995, decide che è il momento di salutare.

Niente passerelle in Europa, niente maglie di club rivali, nonostante le ricche offerte che continuano a piovere dall’Italia. Per non tradire il suo popolo sceglie l’esilio romantico in Messico, nell’Atlético Celaya, dove ritrova i vecchi amici Míchel e Martín Vázquez per gli ultimi balli di una carriera irripetibile. Oggi, a distanza di quarant’anni da quel pomeriggio a Querétaro, Emilio Butragueño è ancora lì, al Real Madrid, come direttore delle relazioni istituzionali. Elegante in giacca e cravatta, specchio perfetto di un club che ha fatto dello stile il proprio marchio di fabbrica.Un predatore silenzioso e aristocratico, capace di conquistare il mondo intero rimanendo fedele, fino all’ultimo secondo, al profumo di quella bottega di Madrid.

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