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“L’Occidente è morto a Gaza”: le storie di resistenza dalla Striscia che i media non vogliono più raccontare

Attraverso le testimonianze, la giornalista italo-egiziana Randa Ghazy squarcia il velo sul genocidio in corso e sull'ipocrisia dei governi europei. Gomez: "Chiudiamo gli occhi per via di un peccato originale"

di Davide Turrini
“L’Occidente è morto a Gaza”: le storie di resistenza dalla Striscia che i media non vogliono più raccontare

Una manciata di toccanti e risolute storie di resistenza umana da Gaza che i giornali non vogliono più raccontare. “L’Occidente è morto a Gaza” (Solferino), sottotitolo ancor più pregnante Israele e Palestina: il sonno della ragione, scritto dalla giornalista italo-egiziana Randa Ghazy, squarcia ulteriormente il velo sullo sterminio di inermi e innocenti in corso a Gaza (e “a breve in Cisgiordania”, viene suggerito tra le pagine del libro) scolpendo nella pietra della storia le testimonianze dirette, di ogni età e sesso, dell’impossibile quotidianità gazawa. In mezzo alle macerie di uno spazio politico che viene ogni giorno sistematicamente e militarmente annientato, metro dopo metro, casa dopo casa, ci sono, tra gli altri: Yusef, il ragazzino rapper che adorava il Real Madrid, morto con una pallottola a farfalla – “che si frantuma all’impatto polverizzando tessuti, arterie ed ossa” – conficcata nella schiena sparata da un cecchino israeliano; Bushra, una giovane palestinese vissuta sempre in Europa che si innamora via social di Hisham, un giovane gazawi che non potrà mai uscire dalla Striscia; oppure Hani, diventato giornalista suo malgrado, ostaggio sotto gli orrori delle bombe del territorio occupato che non risparmiano nessuno, per testimoniare l’invisibile e volontariamente nascosta (spoiler: non ci fa una bella figura nemmeno il New York Times) distruzione di Gaza.

Per ogni storia, per ogni donna e uomo che incredibilmente resiste, senza mai sconfortarsi, senza retrocedere un centimetro, Ghazy ne dipinge un ritratto a tutto tondo, di sincera e prossima umanità, evidenziando in ogni capitolo, dati alla mano, il genocidio di un popolo e ancor di più le ragioni politico-culturali e le pratiche comunicative dell’occultamento del criminale agire israeliano. “Quante volte ci siamo sentiti dire che Israele è l’avamposto dei nostri valori occidentali o l’unica democrazia del Medio Oriente, così a giustificare nel corso degli anni la repressione del popolo palestinese?”, si è chiesto Peter Gomez, direttore del FattoQuotidiano.it, durante l’ultimo Salone del Libro di Torino presentando il libro di Ghazy. “Noi europei, e gli occidentali in genere, vivono innanzitutto in una sorta di peccato originale: gli ebrei nei campi di concentramento ce li abbiamo messi noi. Un peccato originale in virtù del quale, anche noi italiani, chiudiamo gli occhi su Gaza”.

Gomez ha così analizzato quello che ritiene la grande finzione da cui tutto ha origine: la tesi secondo cui l’Europa abbia radici giudaico cristiane. “E allora perché non Zeus e Giove? Le radici europee e occidentali non sono quelle, ma risiedono nella rivoluzione francese. L’Europa è figlia del secolo dei lumi, dove si consentiva l’ateismo o di credere in un dio o un altro, come del resto cita anche la costituzione americana. Le radici cristiane dell’Europa volevano dire potere temporale della Chiesa, dimenticando che la Chiesa fino al Concilio Vaticano II considerava gli ebrei come “perfidi giudei”. Quando dopo un mese circa dal 7 ottobre 2023 io, e pochi altri, abbiamo detto ‘ma non vedete cosa sta succedendo a Gaza’ e che quella israeliana non è una guerra contro Hamas ma una vendetta, mi sono sentito dare all’antisemita. Ma come? Io sono per gli esseri umani”.

Il tema del “vittimismo collettivo” e dell’ “infallibilità morale” israeliani costruiti socialmente sotto quintali di retorica educativa dell’Holocaust upbringing (“che permette di giustificare ogni male fatto ai palestinesi”) nelle scuole e nella cultura ebraica è centrale nelle analisi dell’autrice del libro. “Una sorta di esclusiva del dolore e del vittimismo, che ha permesso di trasformare lo Stato di Israele in una specie di divinità” – scrive Ghazy citando il collega Peter Beinart-, “un approccio che ha soprattutto reso impossibile essere critici nei confronti dello stato di Israele”. L’autrice, seguendo il ragionamento di Elian Wizman, professore di relazioni internazionali alla London South Bank University, affianca il celebre concetto coniato da Hannah Arendt della “banalità del male” all’agire dei soldati israeliani “che saccheggiano case di palestinesi sfollati, ridono mentre lanciano le bombe e postano su TikTok video in cui deridono le vittime”. Infine rifacendosi al professore Roberto De Vogli, Ghazy scrive: “De Vogli dice, con parole forti che non temono giudizi: “Quando il mondo verserà per Hind Rajab le stesse lacrime che ha pianto per Anna Frank forse inizierà a decolonizzare la propria memoria e la propria empatia”.

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