L’intervista è lunga, densa. L’occasione è il libro che ha scritto, La regina di Maggio. Gli ultimi giorni della Corona: i ricordi di mia nonna sulla fine della Monarchia e lui è Emanuele Filiberto di Savoia che si è raccontato a D La Repubblica.
Gli aneddoti sono moltissimi: “Se ripenso a lei (sua nonna, ndr), vedo quelle sue mani bellissime con le dita lunghe e affusolate, sempre in movimento, con grazia. Intrecciate attorno a una sigaretta, perché ha fumato fino alla fine dei suoi giorni. Era una donna magnetica. Quando andavamo a trovarla nel suo castello di Merlinge, alla domenica, o durante l’estate, passavo molto tempo con lei. Quando avevo circa 8 anni ha iniziato a portarmi con sé in passeggiata; dopo pranzo camminavamo e parlavamo, fino a raggiungere un cottage, una specie di capanno. Se era nervosa, si metteva a tagliare la legna, altrimenti sedeva, riposava e si versava un whisky. A volte un gin, vizietto che le aveva passato una sua buona amica, la regina madre del Regno Unito. È stata l’ultimo grande testimone di un periodo cruciale di casa Savoia, ho pensato fosse venuto il momento di restituirle qualcosa”.
Il libro, precisa Emanuele Filiberto, è dedicato alle sue figlie, “per renderle consapevoli della storia della nostra famiglia”. Al centro del racconto c’è però sua nonna Maria José e il modo in cui, tra le altre cose, “si confrontava con personaggi del calibro di Albert Einstein e Marie Curie”.
Nel racconto, Emanuele Filiberto ricorda Maria José come una donna “con una bella testa e non si faceva problemi a usarla. Difendeva le sue opinioni, esercitava il proprio senso critico. Non a caso Mussolini la ritenne fin da subito pericolosa, tanto da incaricare il capo della polizia di seguirla e intercettarla”. E la domanda arriva puntuale, sul perseverare di Maria José nell’indispettire il Duce, entrando “a passo spedito nel suo ufficio senza farsi annunciare”: “Questa storia, nonna me l’ha raccontata una domenica di settembre, quando a 12 anni mi ero ritrovato a discutere con mia madre Marina perché mi ero impuntato sull’acquisto di una nuova giacca per cominciare l’anno scolastico. Mio padre volle dire la sua, e nonna sentenziò: ‘Uguale a tuo nonno’. Umberto era un dandy e un esteta; sempre ben vestito, nutriva un’attenzione spasmodica per i dettagli e non voleva nulla di già fatto e già visto, incluso i gioielli che, se ereditati, faceva rifare o modificare. Con lo stesso spirito aveva deciso di disegnare lui stesso l’abito per la sua sposa“. Un abito così scomodo che sua nonna Maria José, dice Emanuele Filiberto, finì “per detestare”.