Al Festival Echi di Storia di Lugano, l’intervento di Lorenzo Kamel, professore ordinario di Storia Globale e del Medio Oriente all’Università di Torino, ha offerto una riflessione che scardina le letture estemporanee della crisi mediorientale e del conflitto israelo-palestinese. In un dialogo con la storica Anna Foa, Kamel ha tracciato una genealogia delle responsabilità che travalica la contingenza politica, invitando a osservare le “condizioni strutturali” che rendono l’attuale scenario non un’anomalia, ma l’esito di un processo di lungo corso.
L’analisi dello storico parte da una decostruzione del personalismo politico, spiegando che attribuire la deriva attuale esclusivamente alla destra ultranazionalista significa ignorare le radici del sistema: “È una scorciatoia questo eccessivo focalizzarsi su Netanyahu come il male assoluto. Non è stata l’estrema destra a creare i primi insediamenti. I primi trentanove furono opera della sinistra, del partito laburista, nel 1967 attraverso il Piano Allon“.
Quegli avamposti, sebbene allora limitati, hanno creato lo spazio fisico e politico su cui la destra ha poi potuto innestare l’attuale espansione: se Netanyahu ha il primato di essere l’unico premier dagli anni ’70 a non aver mai cercato un accordo, le fondamenta dell’occupazione appartengono a un’eredità trasversale.
Uno dei punti più densi dell’intervento riguarda la percezione dell’altro. Contro la retorica degli “animali umani”, locuzione usata dall’ex ministro della Difesa israeliana Yoav Gallant per definire i palestinesi, Kamel oppone la realtà dei dati: “Stando a dati ufficiali della Banca Mondiale, nel 2022 il tasso di alfabetizzazione a Gaza era pari al 98%, mentre negli Stati Uniti si attestava al 79%“.
Questa statistica serve a riumanizzare una popolazione troppo spesso ridotta a caricatura bellica: “I palestinesi sono persone che sono state disumanizzate e il nostro dovere è riumanizzare i disumanizzati, tanto più che quello che vediamo in questi ultimi anni è legato a decenni di disumanizzazione. E certamente – precisa – la disumanizzazione dell’altro vale sia per gli israeliani sia per i palestinesi. Conosco tantissimi esempi di palestinesi che disumanizzano gli israeliani, ma la condizione di occupazione e di violenza strutturale è vissuta da oltre cinquant’anni solo dai palestinesi, soggetti alla più lunga occupazione militare della storia moderna e contemporanea”.
Anche la genesi della resistenza armata viene inserita in un contesto storico preciso. Ricordando i fondatori di Hamas, Yassin, Rantisi e al-Yazuri, Kamel sottolinea come da bambini fossero stati testimoni delle espulsioni e dei massacri del 1948: “Hamas non viene da Marte”, ma è un movimento “radicato strutturalmente nella storia della Palestina e nelle sue cicatrici”.
Lo storico evidenzia poi quello che definisce un “limbo legale” senza eguali, ovvero il sistema dei tribunali militari in Cisgiordania. “Il tasso di condanna per i palestinesi nei tribunali militari israeliani è del 99,87%. Laprobabilità che un soldato israeliano risponda dei danni inflitti a un palestinese precipita allo 0,87%“. Questa sproporzione non è solo una statistica, ma la prova di una violenza strutturale che è rimasta per anni l’invisibile “elefante nella stanza” della società civile israeliana
Kamel spiega anche come la leadership israeliana abbia deliberatamente operato per eliminare ogni interlocutore credibile, ricordando che Netanyahu ha preferito Hamas all’Autorità Nazionale Palestinese per avere un nemico oltranzista con cui non dover negoziare. Il blocco delle elezioni palestinesi nel 2021 è stato l’ultimo atto di questa strategia volta a impedire qualsiasi rappresentatività democratica. L’obiettivo finale, dichiarato nel programma di governo del 2022, resta il controllo unico e unilaterale: “Anche se i palestinesi diventassero la Norvegia o la Svizzera del Medio Oriente, state sicuri che l’obiettivo di Israele sarebbe sempre quello che è stato espletato nel 2022 con i punti base del programma di questo governo, ovvero che tutta la terra, compresa “la Giudea e la Samaria”, appartiene in maniera unica e unilaterale a Israele“.
In chiusura, lo storico denuncia l’ipocrisia di una comunità internazionale che applica standard diversi a seconda degli attori in campo. Mentre Russia e Iran subiscono sanzioni pesantissime, l’Unione Europea resta il primo partner commerciale di Israele. Il monito finale è rivolto proprio all’Occidente, facendosi portavoce di un sentimento diffuso tra i palestinesi: “Se non siete in grado o non volete muovere un dito, ma siete parte strutturale di ciò che stiamo vivendo, almeno fateci il piacere di tacere e non farci la morale”.