Prima ancora di essere un marchio, Ralph Lauren è stato un immaginario. Un modo di guardare l’America e di vestirla come se fosse un film, una casa di campagna, un campus dell’Ivy League, un ranch nel West, una villa a Manhattan, una partita di polo mai giocata davvero ma perfettamente sognata. Il nuovo volume Ralph Lauren. Sfilate. Tutte le collezioni, pubblicato da L’Ippocampo, attraversa questa costruzione con la precisione dell’archivio e il passo del romanzo visivo: oltre 1200 fotografie, i testi di Bridget Foley e un percorso che va dalle prime collezioni agli show più recenti.
La chiave è già nell’introduzione: “In questo vasto universo, Ralph Lauren ha creato un mondo”. Non soltanto vestiti, dunque. Piuttosto personaggi, ambienti, atmosfere, gesti, stanze, automobili, cavalli, profumi, tavole apparecchiate, camicie bianche, blazer blu, jeans consumati, abiti da sera e coperte Navajo. Lauren non ha mai lavorato sulla moda come pura tendenza, ma sul desiderio di entrare in una storia. Lo dice lui stesso, in una frase che il libro recupera dal 2003: “Le mie collezioni si ispirano a una storia oppure a un tema. A quel punto so come costruirle. Spesso, in grande”. La sua, del resto, è una biografia perfetta per capire il Novecento americano. Nato Ralph Lifshitz nel Bronx, figlio di immigrati ebrei arrivati dall’odierna Bielorussia, cresce osservando i ragazzi “più cool del quartiere”, studiando Cary Grant, Fred Astaire e Frank Sinatra, e capendo presto che gli abiti potevano servire “a calarsi nel personaggio più congeniale alla propria personalità”. Da ragazzo cambia cognome con il fratello Jerry: da Lifshitz a Lauren. Non è ancora un brand, ma è già un atto di regia.
Agli esordi, Ralph Lauren, lavora da Brooks Brothers, poi nel mondo wholesale. Il suo primo grande gesto è apparentemente minimo: una cravatta. Alla fine degli anni Sessanta, mentre dominano modelli stretti e discreti, lui propone cravatte larghe oltre dieci centimetri, colorate, vistose, pensate per rompere l’uniformità maschile. Bloomingdale’s le vuole, ma chiede di sostituire l’etichetta Polo con quella del negozio. Lauren rifiuta. È una decisione commerciale rischiosa, ma fondativa: meglio perdere una vendita che perdere il proprio nome. Il nome Polo nasce da lì, non da una reale appartenenza al mondo equestre. Lauren era cresciuto nel Bronx, non sui campi da gioco; ma ai suoi occhi il giocatore di polo rappresentava “l’eleganza e la fantasia” di uno stile di vita internazionale. È uno dei grandi paradossi della sua storia: l’autenticità di Ralph Lauren non sta nell’aver vissuto ogni mondo che racconta, ma nell’averlo saputo rendere credibile, abitabile, desiderabile.
Nel 1971 apre il primo monomarca Polo, poi arriva il menswear per donne, le camicie prese dal guardaroba maschile, il tailoring indossato con naturalezza, l’idea che una donna possa appropriarsi del blazer, della cravatta, del tweed, del cappotto da uomo senza perdere nulla della propria femminilità. Nel 1972 lancia la polo con il celebre giocatore ricamato: nata in 24 colori, diventa uno dei capi più riconoscibili della moda americana. Hollywood completa il quadro. Per Il grande Gatsby del 1974, Jack Clayton chiede a Lauren di vestire Robert Redford e il cast maschile. Lo stilista non disegna l’intero guardaroba del film, ma crea quei look che fissano nella memoria collettiva una certa idea di eleganza americana: romantica, aristocratica, mai rigida.
Il volume racconta anche il lato meno ovvio del successo. Lauren non è stato sempre riconosciuto dalla critica come uno stilista “creativo” nel senso europeo del termine. A lungo è stato letto come un costruttore di lifestyle, un uomo di marketing, un narratore più che un inventore di forme. Ma è proprio qui che sta la sua modernità. Prima che la moda parlasse ossessivamente di storytelling, lui aveva già capito che un abito funziona davvero quando porta con sé un mondo. “Spesso ho detto che i miei vestiti saranno più belli l’anno dopo”, afferma. Una dichiarazione che suona quasi controcorrente in un sistema costruito sull’obsolescenza programmata.
Bridget Foley insiste su un punto decisivo: Lauren è ottimista. Non ingenuo, non decorativo, non semplicemente nostalgico. Ottimista nel senso più americano del termine: convinto che ci sia sempre una scena da costruire, una possibilità da abitare, una vita da immaginare meglio. Oprah Winfrey, celebrandolo a Central Park, lo ha definito un uomo capace di rappresentare “il buono dell’America”: bellezza, famiglia, qualità, integrità, aspirazione. Non a caso, nel gennaio 2025, Lauren è stato il primo stilista a ricevere la Presidential Medal of Freedom.
Questo libro serve allora non solo a ripercorrere una carriera, ma a capire perché Ralph Lauren continui a parlare al presente. Le sue collezioni attraversano l’America del preppy e quella del West, la donna in smoking e quella in gonna di cotone, il denim democratico e il velluto aristocratico, l’abito da sera e la camicia bianca. Tutto torna, ma niente resta immobile. Come scrive Foley, “molti dei primi abiti potrebbero sfilare in passerella oggi”. È forse questa la misura più esatta della sua forza: aver creato uno stile riconoscibile senza trasformarlo in una formula chiusa. Da qui parte l’estratto che pubblichiamo in esclusiva: un viaggio dentro le prime intuizioni di Ralph Lauren, quando una cravatta più larga del normale bastava già a immaginare un mondo intero.
ESTRATTO “RALPH LAUREN.SFILATE”, BRIDGET FOLEY (L’IPPOCAMPO EDIZIONI)
Nessun altro stilista, contemporaneo o passato, vanta una visione altrettanto ampia, chiara e potente. Nel mondo cinematografico di Ralph Lauren, i personaggi vivono vite eleganti e avventurose, costellate di momenti – privati e pubblici – che hanno luogo in scenografie mozzafiato, dai paradisi selvaggi agli interni più sontuosi, dalle atmosfere Gilded Age alla modernità urbana.
Queste persone attraversano generazioni e archetipi, e indossano abiti che variano a seconda delle loro esistenze e dei loro interessi. Tweed raffinati e capi fluidi per sorseggiare il tè in tazze che sembrano quelle della nonna, ma che portano la firma di Ralph Lauren. Look equestri e capi tecnici studiati per sciare, correre, andare in barca, giocare a golf… Senza contare gli smoking e i jeans inappuntabili, a seconda dell’occasione. E poi fanno capolino i bambini, ben vestiti ma mai ingessati, nonché i cani, con la sporadica comparsa di qualche animale più selvaggio. Tutto diventa reale all’interno di alcuni degli scenari più memorabili mai creati.
Le campagne di Ralph Lauren – un autentico storyteller visivo – evocano intere storie che intessono legami. Sotto certi aspetti, sono più vicine al mondo del cinema hollywoodiano o a un romanzo che a quello della pubblicità tradizionale. Così come Steven Spielberg ci cattura con le sue grandi narrazioni, appassionanti e perfettamente congegnate, o Wes Anderson con il suo universo minuzioso e iperstilizzato, Lauren ci conduce in una dimensione fatta di avventura ed eleganza, con la promessa di una vita vissuta al meglio.
Tale approccio cinematografico, insieme all’incontestabile maestria, ha reso Ralph Lauren una figura iconica. A quasi sessant’anni dal suo debutto lo stilista-fondatore di maggior successo della moda americana è tra i più rilevanti nell’industria del settore. Il suo è anche uno dei marchi più longevi fra quelli tuttora controllati dai rispettivi fondatori. Dopo la morte di Giorgio Armani nel 2025, solo Rei Kawakubo di Comme des Garçons e Yohji Yamamoto si avvicinano al suo primato, avendo esordito rispettivamente nel 1969 e nel 1977.
Sin dal lancio della linea Polo nel 1967, la stella di Ralph Lauren non è mai tramontata e, a parte Lagerfeld, nessun altro stilista della nostra epoca si è radicato altrettanto a fondo nell’immaginario collettivo, rimanendovi nel tempo. Lauren è apparso di persona nelle campagne del brand, come anche nella serie tv Friends (con un cammeo nel 1999) e persino in certi brani rap. Il suo nome rappresenta un modo di vestire – e quindi di vivere – improntato all’ottimismo e a valori quali l’onore, la lealtà e il patriottismo. In un sistema ammaliato dall’eccesso, dall’angoscia e dall’ironia, il suo porre l’enfasi sugli aspetti belli della vita lo ha reso un grande visionario.
La sua è una storia di successo dai tratti quasi idilliaci: Bravo ragazzo del Bronx fa carriera superando le aspettative di tutti e conducendo un’ammirevole vita da padre di famiglia e da filantropo rivoluzionario, quasi senza passi falsi.
Tale narrazione ha portato a vedere in Lauren l’incarnazione del sogno americano, un ideale che affonda le radici nella Dichiarazione d’Indipendenza del 1776 e che si è poi imposto come un caposaldo della nazione americana negli anni successivi alla Grande Depressione. Amato da alcuni e criticato da altri, quell’insieme di aspirazioni economiche, culturali e sociali sintetizzato dall’espressione American Dream ha assunto con lo stilista un’evidenza e una pregnanza innegabili.
Oprah Winfrey ne ha parlato nel 2018, durante il ricevimento organizzato a Central Park: « Siamo qui per festeggiare questi cinquant’anni in cui hai dato forma ai nostri sogni, ispirato le nostre ambizioni e portato valore al mondo della moda con autenticità e positività. La tua storia esalta la storia di tutta la nazione e rappresenta il buono dell’America […]. Sei un uomo che ha a cuore la bellezza, la famiglia, le cose, che contano. La casa. La libertà. L’integrità: una parola di cui abbiamo più che mai bisogno. I tuoi capi rappresentano l’integrità, la definiscono, esattamente come te ». Termini che ben esprimono lo status quasi mitologico raggiunto da Lauren nella cultura americana (e non solo).