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Trafoi, dove la montagna insegna a rallentare: la nostra guida per un weekend ai piedi dell’Ortles nel Parco dello Stelvio, tra boschi, cascate e un protocollo anti-stress

Lontano dall'overtourism delle mete "social", un viaggio nel cuore del Parco Nazionale dello Stelvio. Dall'hotel Bellavista, "casa" del campione olimpico di sci Gustav Thöni, alle passeggiate incontaminate, fino al metodo MBSR

Testo di Ilaria Mauri
Trafoi, dove la montagna insegna a rallentare: la nostra guida per un weekend ai piedi dell’Ortles nel Parco dello Stelvio, tra boschi, cascate e un protocollo anti-stress

“Guarda in profondità nella natura, e allora capirai tutto”. Albert Einstein aveva ragione, ma è solo arrivando in questo angolo remoto ai piedi del massiccio dell’Ortles, nelle Dolomiti dell’Engadina, avvolti nel verde lussureggiante del Parco Nazionale dello Stelvio, che si afferra il senso più intimo di queste parole. L’imponenza della montagna, i boschi di larici e il silenzio interrotto solo dallo scorrere dell’acqua offrono una prospettiva nuova, costringendo il viaggiatore a rallentare e a sintonizzarsi su frequenze più antiche. Il nome stesso di Trafoi racchiude l’essenza di questo luogo: deriva infatti dalle antiche “tre fonti”, un profondo legame con l’acqua e il territorio che si può riscoprire ancora oggi percorrendo la suggestiva camminata nel bosco fino allo storico Santuario delle Tre Fontane Sante.

L’ascesa allo Stelvio e la discesa nel paradiso di Trafoi

L’avvicinamento a questa valle è di per sé un rito di passaggio. Si arriva qui dopo aver letteralmente scalato in automobile il Passo dello Stelvio, affrontando dal versante lombardo di Bormio una salita più dolce, che si snoda ritmicamente tra ampi pascoli e praterie d’alta quota, per poi gettarsi nella vertiginosa e iconica discesa a zig zag sul versante altoatesino. Abbiamo avuto la fortuna del tempismo. Siamo passati poco dopo la riapertura del passo, dopo la lunga pausa invernale. In cima, a quasi tremila metri, c’era ancora oltre un metro di neve: non una spruzzata scenografica, ma un manto spesso, compatto, rinforzato dalle nevicate cadute copiose fino a pochi giorni prima. Eppure il sole, sorprendentemente caldo per la quota, rendeva tutto quasi surreale. Camminare in camicia tra muri di neve, con le moto, le biciclette, i camper e il cielo terso dello Stelvio attorno, ha qualcosa di straniante. Poi si risale in auto, si imbocca la discesa e si entra in un’altra dimensione. La strada scende in un disegno quasi irreale, una lama d’asfalto che si piega e ripiega in una sequenza di tornanti stretti, celebri, fotografatissimi, ma dal vivo ancora più impressionanti. La montagna si apre sotto di voi come una mappa verticale. Qui, più che osservare la natura, ci si finisce dentro. Trafoi è una manciata di case, prati larghi, boschi di larici, il rumore dell’acqua che corre nel canyon e una montagna che domina tutto. L’Ortles, 3.905 metri, è la cima più alta dell’Alto Adige e una delle presenze più imponenti del gruppo Ortles-Cevedale; non a caso viene chiamato anche “Re Ortles”. Il Parco Nazionale dello Stelvio, uno dei grandi parchi storici italiani, si estende tra Alto Adige, Trentino e Lombardia, con valli, ghiacciai, torrenti, pascoli d’alta quota e foreste alpine che fanno della zona uno dei territori più spettacolari dell’arco alpino.

Trafoi compare dopo l’ultimo tratto della strada, quasi senza annunciarsi. Non ha l’aria delle località costruite per trattenere il turista. È un paese piccolo, raccolto, con prati che sembrano ancora appartenere più alla montagna che all’uomo. I larici profumano l’aria; quando il sole li scalda, il loro odore resinoso si mescola a quello dell’erba e dell’acqua. Il silenzio non è assoluto, ma è pieno: lo rompe solo lo sciabordio del torrente che scende dai ghiacciai dell’Ortles e dalle sorgenti che affiorano dalla montagna. In un luogo così appartato è passato anche Sigmund Freud. Il nome di Trafoi è legato a uno degli episodi più noti della storia della psicoanalisi: il cosiddetto lapsus di Signorelli, raccontato poi in Psicopatologia della vita quotidiana. Freud collegò la dimenticanza del nome del pittore Luca Signorelli a un meccanismo di rimozione, intrecciando il ricordo di Trafoi, la morte di un paziente e il tema della sessualità. Anche questa, a suo modo, è una storia coerente con il luogo: Trafoi sembra fatto per portare in superficie ciò che altrove resta coperto.

Il Bella Vista, la casa di Gustav Thöni ai piedi dell’Ortles

All’ultimo tornante, in posizione panoramica, si trova l’Hotel Bella Vista. Questa struttura non è solo la base ideale per esplorare un lembo di montagna selvaggia, ma è un vero e proprio pezzo di storia alpina. Da cinque generazioni (con la sesta che sta muovendo i primi passi) è la casa della famiglia di Gustav Thöni, leggenda assoluta dello sci italiano: ha vinto quattro Coppe del Mondo generali, nel 1971, 1972, 1973 e 1975, oltre a tre medaglie olimpiche, tra cui l’oro nello slalom gigante a Sapporo 1972. Dopo il ritiro, è tornato qui, dove ha continuato la sua storia familiare legata all’ospitalità. Fu infatti il trisavolo Georg Ortler a fondare la pensione nel 1875 e oggi, in spazi curati e accoglienti, si respira questa eredità. All’interno si nasconde infatti la “Home of Gold”, una sorta di museo dedicato all’epopea della Valanga Azzurra dove, tra cimeli storici, sci di legno e medaglie, si possono ammirare da vicino le autentiche quattro Coppe del Mondo vinte dal campione.

E’ questa solo una delle novità del progetto firmato da Matteo Thun: l’hotel, pur mantenendo intatta la sua anima storica, è stato infatti recentemente riqualificato e ampliato dal celebre architetto, amico di lunga data di Thöni. Senza ricorrere a facili esibizionismi, Thun ha creato un “nido” contemporaneo utilizzando materiali del territorio come cirmolo, abete, quercia e pietra locale. L’architettura organica dissolve i confini tra interno ed esterno: l’Infinity Pool “Canyon” è una spettacolare vasca a sfioro di 92 metri quadrati sospesa sulla gola, dove l’acqua calda si confonde con la vista della montagna. La Natur-Arena di 5.000 metri quadrati ospita saune panoramiche immerse nel bosco e la zona relax “Fire and Ice”, dove il calore del camino aperto incontra docce di neve rigeneranti. Thun ha sintetizzato così il concept: “Questo progetto nasce da un ricordo d’infanzia: le aquile sopra Trafoi e il silenzio della montagna. Un’architettura leggera e intima che si inserisce nel paesaggio alpino. Ogni spazio è progettato come un’apertura verso la natura, in modo che il vero protagonista resti sempre il paesaggio”. E poi ci sono le nuove 24 Suite Natura, costruite come punti di osservazione sul paesaggio, con grandi vetrate che portano dentro le montagne, i boschi, la montagna, la luce mutevole dell’alta quota. L’interior design, curato da Christina Biasi-von Berg dello studio Biquadra, lavora su materiali naturali, legni alpini come cirmolo, abete e quercia, pietra locale, tessuti ispirati alla tradizione venostana e colori capaci di non sovrastare il panorama. L’albergo resta storico, ma non nostalgico. Conserva un’anima familiare, anche grazie alla presenza discreta e continua della famiglia Thöni, ma la nuova architettura gli dà una dimensione più contemporanea. E poi c’è Teddy, il vero padrone di casa: un barboncino dolcissimo che vi capiterà di vedere mentre scorrazza tra i prati o si sdraia nella hall con l’aria di chi controlla, senza scomporsi, il via vai degli ospiti.

La filosofia MBSR

L’approccio al benessere va ben oltre il concetto di spa classica, fondandosi sul principio della natura come medicina. Qui si applica il metodo MBSR (Mindfulness-Based Stress Reduction), il protocollo clinico sviluppato da Jon Kabat-Zinn. Accompagnati da Stephan — che gestisce l’hotel insieme alla moglie Petra, figlia di Gustav — si esce dalle mura per praticare veri e propri “bagni di foresta” (forest bathing). Si cammina al tramonto lungo il Rio Trafoi, si pratica la respirazione consapevole tra i larici per lavorare sulla qualità del sonno e sul riequilibrio del sistema nervoso, fino a raggiungere una meravigliosa grotta scavata nel canyon. Lì, circondati dalle sorgenti, si sperimenta un silenzio profondissimo, lontani da ogni sovrastimolazione digitale. La cura del corpo prosegue a tavola: lo chef Andreas Wunderer propone una cucina equilibrata, capace di combinare leggerezza mediterranea, tradizione sudtirolese ed erbe spontanee locali.

Sui sentieri del Parco Nazionale: marmotte, gipeti e cascate

L’immersione nella natura prosegue sulla fitta rete di sentieri che partono direttamente dal paese. Perfetta per acclimatarsi è la passeggiata che conduce al Santuario delle Tre Fontane Sante, storico luogo di pellegrinaggio mariano del XV secolo, accessibile anche alle famiglie. Da qui il tracciato sale nel bosco fino a ritrovarsi esattamente sotto tre fragorose cascate, completamente avvolti dalla forza e dalla vaporizzazione dell’acqua glaciale. Chi cerca un trekking più appagante può puntare al Rifugio Forcola: si tratta di un’escursione non banale, con circa 700 metri di dislivello da affrontare, ma la visuale mozzafiato sulla valle e sui ghiacciai che si gode dalla terrazza in quota ripaga di ogni sforzo. Si cammina attraversando prati d’alta quota e foreste, accompagnati dal fischio acuto delle marmotte che fanno capolino tra le rocce. Alzando gli occhi, con un po’ di fortuna, capita di veder sbucare all’improvviso il Gipeto Barbuto: un rarissimo e maestoso avvoltoio dall’apertura alare di oltre 2,80 metri che nidifica proprio su queste pareti verticali, volteggiando silenzioso in cerca di correnti termiche.

Chi si ferma più giorni può esplorare il celebre sentiero Goldsee per una vista ravvicinata sull’Ortles, o spostarsi verso i tracciati glaciologici di Solda. Una nota importante: all’inizio dell’estate molti sentieri in quota non sono ancora del tutto riattrezzati. Serve un buon senso dell’orientamento ed è tassativo avere con sé una traccia GPS affidabile da consultare offline, poiché affidarsi alla normale navigazione di Google Maps in questi boschi significa letteralmente perdersi. Siamo nella montagna autentica, sideralmente lontana dall’overtourism e dalle code chilometriche che affliggono le “altre” Dolomiti, quelle del Lago di Braies o delle Tre Cime di Lavaredo. Trafoi non offre il turismo di massa, ma un fascino essenziale e profondo. E se vi avanza del tempo, meritano una visita Glorenza, gioiello medievale interamente cinto da mura, e il vicino Lago di Resia in alta Val Venosta: un bacino artificiale creato nel 1950 che sommerse l’antico paese di Curon, lasciando come unica traccia l’iconico campanile del XIV secolo che spunta immobile e solitario dalle acque.

Il ritorno: riscalare lo Stelvio e il mito della “Cima Coppi”

Lasciarsi Trafoi alle spalle significa rimettere le ruote sui fatidici 48 tornanti del versante altoatesino per riscalare il Passo dello Stelvio e fare ritorno verso Bormio e quindi Milano. Guidando su queste pendenze, mentre il motore sale di giri e i tornanti si stringono contro la roccia, è impossibile non far correre la mente a chi questa strada l’ha domata spingendo solo sui pedali, quando ancora era poco più di un sentiero di montagna sterrato. I boschi diradano, l’asfalto sembra toccare il cielo e tornano subito alla memoria le gesta titaniche del ciclismo eroico. Pensare allo Stelvio significa pensare alla rivalità leggendaria tra Fausto Coppi e Gino Bartali. Fu proprio qui, durante il Giro d’Italia del 1953, che si consumò una delle pagine più epiche della storia dello sport: su queste pendenze, tra muri di neve e fatica disumana, l'”Airone” Fausto Coppi scattò, staccando il leader della classifica Hugo Koblet e conquistando la Maglia Rosa in una tappa che sembrava disegnata per distruggere i muscoli e piegare lo spirito. Non è un caso che oggi, il punto più alto raggiunto dai ciclisti durante ogni singola edizione del Giro d’Italia venga ribattezzato proprio “Cima Coppi”. Questo traguardo speciale fu istituito nel 1965 dall’allora patron della corsa Vincenzo Torriani, come tributo perenne alla memoria del campionissimo scomparso pochi anni prima. E lo Stelvio, con i suoi 2.758 metri di altitudine, è la Cima Coppi per eccellenza, la montagna sacra del ciclismo. Raggiungere nuovamente il valico in auto, guardando giù verso la sinusoide d’asfalto appena percorsa, regala un ultimo, profondo brivido di meraviglia prima di scendere a valle e tornare, lentamente, alla vita di sempre.

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