Napoli al bivio: Allegri o Italiano. Così diversi, perché a De Laurentiis piacciono entrambi. E poi c’è l’effetto sorpresa…
Il cliché del tempo lento è, appunto, solo un cliché: Napoli è per contro città che si adatta assai velocemente ai cambiamenti, pronta a ripartire. È noto il detto “È muorto o’rre, viva o’rre”. E Antonio Conte è stato inequivocabilmente re di Napoli: acclamato dalla gente, unico allenatore a vivere la città, con la casa in centro, le visite soventi a ristoranti, pasticcerie e pizzerie (restando in forma, beato lui), anche se probabilmente l’immagine migliore per descrivere il rapporto tra Conte, Napoli e i napoletani è quella della passeggiata per andare a messa. Una volta conosciuta l’abitudine del mister e annesso passaparola in tanti si accodavano a lui nell’ora della preghiera: una sorta di processione silenziosa, meraviglioso e ulteriore affresco di un rapporto tra sacro e profano ineguagliabile altrove.
Ma Conte ha salutato, attribuendo a non meglio precisati “falliti” il suo addio con un anno d’anticipo sui tempi del contratto. Chi siano i falliti non è dato sapere: influencer, stampa locale o più probabilmente ex del mondo del calcio inventatisi opinionisti che ne hanno messo in dubbio metodi e gioco. Un po’ difficile, forse, immaginare uno degli allenatori più vincenti a livello planetario crucciarsi per questo o quel commento, ma tant’è. Napoli ha salutato Conte, l’ha tributato con inequivocabile affetto e tanta gratitudine: non si strappa i capelli però e già pensa al dopo.
Un dopo che ad oggi, e con la consapevolezza che mentre si scrive può cambiare tutto, si riduce ad un dualismo Vincenzo Italiano–Massimiliano Allegri. Per entrambi Napoli è stata in un modo o nell’altro vicina già in passato. Allegri per molti napoletani ha il volto esatto del nemico: c’era lui sulla panchina della Juve quando il Napoli di Sarri arrivò a 91 punti ma non vinse, c’era lui in bianconero quando Pjianic non fu espulso dal troppo vicino Orsato in Inter-Juve nella serata in cui l’ex mister azzurro parlò di “Scudetto perso in albergo”. In quegli anni il Napoli incantava con il suo calcio armonioso, quasi musicale, mentre l’antitesi perfetta era proprio il pragmatismo allegriano: il “corto muso”, la vittoria come unico orizzonte, il risultato sopra ogni estetica.
Avesse puntato su Allegri per il dopo Sarri, De Laurentiis avrebbe scatenato una sommossa popolare. Invece puntò su Ancelotti. Andò benino il primo anno, male il secondo e Adl chiamò Gattuso per ripristinare la melodia sarrista ma l’idea non fu granché. Il Napoli alternava buone gare a prestazioni terribili, come quando al Maradona arrivò lo Spezia di un giovane allenatore di cui si diceva un gran bene già ai tempi del Trapani: vinsero i liguri e De Laurentiis scese negli spogliatoi a complimentarsi con Vincenzo Italiano. Qualcuno lo vide come un segno del destino visto che l’avventura di Maurizio Sarri in azzurro era cominciata proprio quando l’Empoli, col Comandante in panchina, aveva preso a pallate il Napoli di Benitez. Ma all’epoca Italiano aveva un solo anno di A a curriculum (pure Sarri per la verità quando arrivò a Napoli) e si preferì Spalletti: arrivò lo Scudetto.
Le strade si divisero, gli anni passarono. E gli anni, spesso, smussano gli angoli, attenuano le ostilità, avvicinano persino filosofie apparentemente inconciliabili. Un altro Scudetto era arrivato col pragmatismo di Conte e coi dubbi del mister salentino sulla prosecuzione della propria avventura in azzurro: quando l’addio sembrava dietro l’angolo c’era il contratto pronto per Max Allegri sulla scrivania romana di De Laurentiis. Insomma due tecnici che hanno sfiorato l’azzurro, che pertanto godono della stima del presidente: uno dei due, ad oggi, pare destinato a raccogliere l’eredità di Conte.
Profondamente diversi: De Laurentiis vede in Allegri un prosecutore del lavoro del salentino come fu già alla Juve, quando arrivarono cinque scudetti consecutivi e una finale Champions. Già, la Champions, il vero obiettivo di De Laurentiis è andare avanti il più possibile nella manifestazione e Allegri quella manifestazione la conosce bene, avendo guidato le sue squadre oltre cento volte. In più Allegri ha già lavorato con il ds Manna, c’è stima tra i due e ciò è funzionale anche in chiave mercato. Italiano rappresenterebbe invece un ritorno a un calcio più emozionale, offensivo, persino romantico. Zeman lo ha definito il suo erede. E in effetti il suo sistema esalterebbe probabilmente un organico costruito per correre, attaccare gli spazi, valorizzare ali e sottopunte.
Ma attenzione: De Laurentiis resta De Laurentiis. Uno che ama sorprendere, depistare, confondere le tracce. Quando scelse Spalletti, ad esempio, lasciò credere fino all’ultimo di essere a un passo da Sergio Conceição. E allora guai a escludere colpi di scena o nomi oggi rimasti sullo sfondo. Perché a Napoli il trono non resta mai vuoto troppo a lungo. Il re è andato via, il popolo lo ha salutato. E mentre ancora riecheggiano gli applausi per Conte, la città ha già ripreso a guardare verso il palazzo reale, pronta ad acclamare il prossimo sovrano: “È muorto ’o rre, viva ’o rre”.