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L’Iran gli cambia nome ma non rinuncia al pedaggio per Hormuz: “I servizi forniti da noi e dall’Oman comportano dei costi”

Teheran aggiunge ulteriori condizioni per l'accordo sul cessate il fuoco con gli Usa rispetto a quelle rese note domenica. In caso di cessate il fuoco Londra e Parigi si attiverebbero per mettere in pratica la missione di pacificazione
L’Iran gli cambia nome ma non rinuncia al pedaggio per Hormuz: “I servizi forniti da noi e dall’Oman comportano dei costi”
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Teheran aggiunge ulteriori condizioni per l’accordo sul cessate il fuoco con gli Usa rispetto a quelle rese note domenica. Il governo iraniano non dice esplicitamente che se non verranno rispettate salterà tutto, ma l’impressione è che sia un sottinteso. Al centro c’è lo Stretto di Hormuz: il portavoce del ministero degli Esteri iraniano, Esmail Baghaei, nel corso di un briefing ha detto che l’Iran non intende “riscuotere pedaggi nello Stretto”, ma che “gli sforzi compiuti da Iran e Oman per redigere un protocollo per il passaggio sicuro delle navi costituiscono una misura responsabile” ed “è naturale che i servizi forniti nell’ambito di questo processo, così come gli sforzi volti a proteggere l’ambiente, comportino dei costi“.

Tradotto: a parole esce di scena il contestato pedaggio che il Paese ha introdotto per legge, ma in realtà rientra dalla finestra sotto altro nome. “Servizi” per il passaggio. Il portavoce non ha caso ha detto che serve precisione nell’uso della terminologia. E subito dopo ha confermato che spetta all’Iran e all’Oman formulare il meccanismo per il passaggio sicuro.

La riapertura dello stretto, sempre che la condizione venga accettata da Washington, è comunque di là da venire. Per prima cosa andrà sminato. Se le cose dovessero andare per il verso giusto, Londra e Parigi si attiverebbero immediatamente per mettere in pratica la missione di pacificazione nello stretto che avrebbe anche lo sperato effetto di placare le tensioni fra Usa e alleati della Nato in vista del vertice di Ankara dell’Alleanza. La Francia sarebbe pronta a partire con tempi molto brevi, più di altri partner.

Appare chiaro che l’ipotesi di usare la missione Ue Aspides per le operazioni nello stretto è sempre più improbabile, almeno nell’immediato: i tempi sarebbero lunghi, molti Stati membri non possiedono flotte estese (non possono dunque allocare navi a entrambe le missioni) e le condizioni nello stretto di Bab-el-Mandeb, dato l’allineamento degli Houthi all’Iran, richiederebbero di non abbassare la guardia. Negli ultimi giorni è spuntata l’ipotesi di un ruolo della Nato. Il segretario generale Mark Rutte ha confermato che sono in corso “discussioni informali” sul punto, perché certi Paesi vorrebbero usare l’espediente per mostrare a Donald Trump che la Nato non è una “tigre di carta”.

Parigi però è contraria – l’idea è quella di coinvolgere partner extra-europei, che avrebbero problemi ad operare con un cappello Nato – e anche la Turchia rema contro. Non si esclude però una possibile azione di “coordinamento” tra i diversi attori – Usa e Volenterosi – sfruttando proprio le infrastrutture dell’Alleanza.

Al momento sono fermi al porto di Safaga, in Egitto, i due cacciamine della Marina militare italiana partiti il 15 maggio dal porto di Augusta e che potrebbero intervenire a tregua consolidata. Servirebbe comunque un mandato internazionale e l’autorizzazione del Parlamento.

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