“Cosa fare se un corvo o una cornacchia ti attaccano”. Sembra di stare in una sequenza di Gli Uccelli di Alfred Hitchcock, invece è il titolo di un vero vademecum distribuito ad abitanti e lavoratori di un noto e grande complesso direzionale milanese. Motivo? “Di recente si sono verificati alcuni episodi di aggressione da parte di un corvo”. Così affinché i laboriosi frequentatori dell’area sotto attacco non facciano la fine di Tippi Hedren e Ray Milland, c’è chi a Milano si è affrettato a dispensare consigli come fossimo realmente a Bodega Bay: “non correre e mantieni la calma”, “affronta l’uccello”, “usa un ombrello o un bastone”, “proteggi la testa”, “allontanati con calma”.
Il vademecum prevede anche diverse “strategie” preventive: dalle più scontate “cambiare strada” o “i corvi riconoscono i volti e portano rancore, cambiare aspetto (indossando cappelli o occhiali) può aiutare a non essere identificati”; oppure se ci si trova in giardino e una cornacchia vi punta come un kamikaze giapponese far penzolare dei cd (sempre che ne esistano ancora in casa) da rami e finestre, ma soprattutto di non comportarsi come da soliti zozzoni (la spazzatura va nel bidone e il bidone va chiuso).
“Quello che sta accadendo a Milano e quello che è accaduto a Roma è “non problema” perché i corvidi non sono di più rispetto al passato, non sono più aggressive del solito e non sono in assoluto una specie pericolosa”, spiega a FQMagazine l’etologa Chiara Grasso, gestrice della Vegan Eco-Farm a Lauriano (Torino). “Il punto è che corvi e cornacchie stanno imparando a vivere sempre di più nelle città, adattandosi a noi e sfruttando la nostra presenza a loro vantaggio ad esempio recuperando i nostri rifiuti”. Ricordate la famosa storiella del corvo dalla memoria lunga che si ricorda di aver subito un’angheria da un uomo per anni? Ebbene, tutto vero. “Nella fase di apprendimento questi animali ricordano anche il viso degli umani antipatici, chi gli ha tirato dietro una scarpa o una pietra e non solo lo dicono all’amico vicino ma lo trasmettono alla prole”, sottolinea Grasso.
“I corvidi sono uccelli molto intelligenti capaci di risolvere problemi che mettono in difficoltà i mammiferi, sono particolarmente creativi nell’adattarsi persino alle tecnologie umane e possiedono una memoria straordinaria capace di riconoscere una persona dopo molti anni”, spiega a FQMagazine Roberto Marchesini, etologo e zooantropologo di fama internazionale, autore di saggi come Etologia cognitiva ed Emancipazione dell’animalità. “Allo stesso tempo si tratta di animali dall’accesa territorialità soprattutto quando sono in fase riproduttiva, cioè se stanno in cova o hanno i piccoli. La loro adattabilità ecologica ha fatto sì che diventassero padroni assoluti di città e campagna, soprattutto le cornacchie e le taccole. Occorre pertanto conoscerne le abitudini e trovare delle strategie di convivenza”.
Insomma, calma e sangue freddo, senza guardare la cornacchia dritta negli occhi (meglio non farlo con nessun animale), perché l’assalto di miriadi di corvidi con tagli e ferite su fronte e collo è relegato più alla fantasia di Dafne du Maurier che alla realtà urbana. “Al di là del fatto che la cornacchia si ricordi o meno di noi, più che vestiti o gesti (e questo vale per mamma orsa, mamma cinghiale o mamma umana) quello che gli dà più fastidio e paura rendendoli aggressivi è essere un pericolo per i loro piccoli. Casi documentati di attacchi di cornacchie verso l’uomo sono tutti legati ad una più o meno volontaria vicinanza verso i loro nidi. Solo poche ore fa ho visto qui nella mia fattoria due gazze scacciare da vicino il nido dei loro piccoli una poiana 15 volte più grande di loro, addirittura rincorrendola”, conclude Grasso.
“Questa realtà animale però più che preoccuparci dovrebbe affascinarci portandoci ad un buon comportamento verso di loro: le pietre non si tirano alla cornacchia come non si tirano al piccione o al gabbiano. Noi umani ci allarghiamo con case, strade e hotel sempre di più ed è inevitabile questo tipo di incontro con animali selvatici. Ricordiamoci però sempre che non è il cervo che attraversa la strada, ma la strada che attraversa il bosco”.