Le proprie ceneri disperse al vento di Bali per evitare pellegrinaggi su una tomba: l’unico Grande Fiasco di Bowie. A dispetto delle sue ultime volontà, da dieci anni non abbiamo mai smesso di pensarlo qui, e naturalmente Altrove. Il corpo fisico si è dissolto, ma il 10 gennaio 2016 abbiamo innescato la sua divinizzazione, come Romolo che sparì d’improvviso, fra tuoni e fulmini, sotto gli occhi dei romani. Resta immanente, David, incombe con la sua lezione sulla nostalgia dei fans e l’apprendistato dei sognatori. Nel momento in cui scrivo, la Tesla lanciata da Cape Canaveral nel 2018 sta fluttuando nello spazio in un’orbita eccentrica del Sistema Solare a 218 milioni e rotti Km dalla Terra. Quando leggerete queste righe, la Roadstar si sarà spostata un poco verso di noi, senza però sperare in un ritorno a casa.
È l’agghiacciante eternità della trovata pubblicitaria di Musk, l’odissea cosmica di cui è protagonista un manichino in tuta da astronauta. Mentre nell’autoradio di bordo passa in loop la “Guida galattica per autostoppisti” di Douglas Adams, in una delle orecchie pupazzesche – se le batterie sono tuttora in funzione – ha già echeggiato più di 821mila volte “Space Oddity”, nell’altra “Life on Mars?” ha superato 1.1 milioni di incessanti ripetizioni. Bowie sarebbe contento di dover spiegare agli alieni che quelli sono due suoi gioielli? Forse no.
Restarsene fasciato in una maschera d’artista può rivelarsi più claustrofobico della respirazione in un casco tra le stelle. Ce lo ricorda, ove mai fosse necessario, “The final act”, il docu di Jonathan Stiasny, nelle sale italiane dal 25 al 27 maggio, che investiga la seconda parte della carriera del Nostro, vissuta inseguendo una avventurosa esplorazione del suo genio, rischiando la disapprovazione, l’incompiuta, lo smacco, ma evitando il già detto, la formula consacrata che fa catalogo senza aggiungere nulla.
L’assunto potrebbe essere scivoloso, banale: ha una superstar il diritto di smarcarsi dalla comfort zone del successo e dall’amore del suo pubblico? L’esito del film merita una riflessione per andare oltre. La character assassination del personaggio di Ziggy Stardust sul palco dell’Hammermith Odeon nel ’73 fu vissuta come un lutto da chi credeva davvero nell’identificazione totale tra Bowie e la sua creatura. David, dal canto suo, si sentì liberato da quei lacciuoli. Andò in pezzi, rischiò la consunzione per droga a Los Angeles, coltivò deliri nazisti, si salvò la vita a Berlino.
Dopo “Heroes”, “Low”, “The Lodger” e la fase del Duca Bianco, la felice sintesi da dandy pistaiolo con “Let’s Dance” e via per altri strip-tease emotivi, l’infatuazione per il drum ‘n’bass di “Earthling”, la sperimentazione di “Heathen”, l’assurda pretesa di mimetizzarsi, lui solista per eccellenza, dentro una band, i Tin Machine. Lo stroncarono sul Melody Maker, Bowie pianse. Sul finire del Ventesimo secolo profetizza la supremazia di Internet anche nella musica: si sente stordito, teme di non essere all’altezza della sua leggenda. Nel 2000 è a Glanstonbury: c’è molta fighetteria tra i 250mila che lo acclamano; gli hippies della sua prima volta lì, quasi trent’anni prima, sono stati spazzati via dalla Storia. Prima di lanciarsi in “Life on Mars?” David confessa di essere affetto da una forte laringite, chiede il sostegno di chi è lì davanti nel caso la voce lo abbandoni. È uno switch emotivo di colossale tensione, che naturalmente va a buon fine.
Quattro anni fa, in una intervista al Fatto, il produttore e chitarrista Mark Plati, che era su quel palco, rievocò con noi quel passaggio: “David non sapeva se quello fosse il momento giusto per riprendersi la scena, c’era stato poco tempo per preparare lo show. Ma la potenza compressa si sciolse nell’energia assoluta sua e della band”. Il gruppo dove operava, anche in quel live, il fedele pianista Mike Garson. Che in un’altra conversazione ci raccontò dell’ultimo vero concerto del capo, nel 2004 in Germania.
“Il ‘Reality’ tour. Due sere prima, a Praga, aveva sentito male a una spalla, lo show era stato interrotto. Il medico del presidente ceco aveva rassicurato David. Ma a Scheebel d’un tratto sentii le mie mani rattrappirsi. Io e lui eravamo in contatto astrale. Stava accadendo qualcosa di strano. Nello stesso istante Bowie si portò le mani al petto. Riuscì a concludere lo spettacolo. In ospedale gli applicarono degli stent, gli aprirono le arterie”. Se il cuore resta indietro, devi prepararti una exit strategy. Aggiunse Garson, con una punta di malinconia nella voce: “Tanto tempo fa David mi confidò di aver consultato un sensitivo: gli aveva predetto la scomparsa a 69 anni. Accettò la profezia, da quel giorno seppe quando sarebbe finita la sua vita”.
Mike concluse: “Dio concede la magia, poi chiede il pedaggio”. Il saldo arriva nel 2014, la diagnosi di un cancro al fegato. Con una sensazionale, prometeica decisione, Bowie prende lezioni di boxe. Vuole difendere la corazza umana dall’assalto della Morte, che sarà la produttrice nascosta (insieme a Tony Visconti) del suo capolavoro di commiato, quel “Blackstar” uscito due giorni prima dell’annuncio del trapasso, album traumaticamente rimosso dalla coscienza dei suoi estimatori.
Non voleva salutare con un disco fiacco, meccanicamente deja vu. In quel periodo era ossessionato dall’inventiva rap di Kendrick Lamar, dal nu jazz, dagli stilemi dei canti gregoriani. Così era andato in un club di New York, il 55 Bar, ad ascoltare la magia ribelle di un formidabile ensemble. Li ingaggiò in blocco per suonare nella sua nuova avventura: nel gennaio 2015, al primo giorno di registrazioni, si presentò in studio totalmente calvo per la chemio. Non aveva neppure le sopracciglia, l’incarnato già spettrale. “Ho il cancro”, disse, “ora lavoriamo”. Il virtuoso del sax Donny McCaslin lo avvolse con note tanto perfette quanto calde. Voleva proteggerlo. Una, due, tre canzoni. Quasi sempre buona la prima. Prendeva forma l’opera suprema di David Bowie. “Blackstar”, inafferrabile come la vita che sfugge, sulla copertina il nome del divo incastonato nel rebus di frammenti di una Stella Nera, quel richiamo a più strati per indicare una cicatrice cancerosa, un occulto rituale cosmologico (leggeva avidamente Aleister Crowley) e forse la canzone omonima di Elvis Presley, nato come David un 8 gennaio.
Voleva congedarsi affidandoci enigmi da risolvere, sassolini da seguire nel sentiero della Conoscenza? Voleva chiudersi nell’armadio-bara del terrificante, meraviglioso video di “Lazarus”? O ci stava gabbando, nella speranza di cavarsela per qualche altro mese? Visconti ha rivelato che l’amico aveva scritto altri quattro o cinque brani, un altro disco era in agenda, chissà. Bowie persiste attorno a noi, ci circonda e ci bracca. Progetta di coglierci di sorpresa. Come quel giorno, quasi quarant’anni fa. Lo attendevo in una stanza vuota per un’intervista. L’unica porta era serrata, davanti a me. Si materializzò dal nulla, alle mie spalle, chiedendomi una sigaretta. Resto nel dubbio che fosse davvero caduto sulla Terra in quel preciso istante.