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Salute mentale, quando lo Stato non c’è le famiglie pagano un conto devastante: io ne so qualcosa

Dopo il suicidio dei miei genitori, quando ho dovuto cercare uno psicologo per provare a sopravvivere a questo tsunami, lo Stato non c'era
Salute mentale, quando lo Stato non c’è le famiglie pagano un conto devastante: io ne so qualcosa
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di Laura Ruzzante

Come i peperoni: indigesta e ciclica. La salute mentale torna agli onori della cronaca e del dibattito pubblico solo quando scorre il sangue, come nel recente, tragico caso di Modena. Allora, e solo allora, scatta il riflesso condizionato dell’indignazione popolare a mezzo social. Un’ondata di retorica finto-solidale che, puntuale come le tasse, si spegne nel giro di 48 ore senza produrre un solo briciolo di cambiamento concreto.

Perché la verità è che la salute mentale in Italia è un problema sociale enorme, che dovrebbe stare a cuore alla collettività intera, se non altro per egoismo: una persona lasciata sola con i propri demoni può trasformarsi in una bomba a orologeria. Dietro i titoli di giornale, poi, restano le macerie delle famiglie sfasciate, condannate a fare i conti con una realtà devastante nell’indifferenza delle istituzioni. Bisognerebbe che chi siede nelle stanze del potere facesse qualcosa di concreto. E invece assistiamo al solito, cinico gioco delle tre carte: i fondi alla sanità pubblica vengono sistematicamente tagliati, mentre le risorse per le spese militari aumentano senza sosta. Più armi, meno cura.

Non scrivo queste righe per esercizio teorico, ma con la cognizione di causa di chi ha i sensi di colpa marchiati a fuoco sulla pelle. Il 27 febbraio 2020 la mia vita è finita insieme a quella dei miei genitori. Mia madre non ha retto allo spettro della depressione e si è suicidata. Mio padre, trovandola senza vita, mi ha telefonato per dirmi cosa era successo e che l’avrebbe seguita. Lo hanno fatto usando una pistola intestata a mia mamma. Entrambi avevano un regolare porto d’armi per uso sportivo. E qui casca l’asino, o meglio, crolla lo Stato: qualcuno ebbe la “brillante” idea di rilasciare quel permesso a una donna che aveva già tentato il suicidio per ben due volte, con tanto di ricoveri in un ospedale psichiatrico. Una firma burocratica che equivale a una condanna a morte legalizzata.

A chi resta non rimangono solo le lacrime, ma un mare di fango in cui annaspare: rimorsi, rimpianti, sensi di colpa e lo sciacallaggio mediatico di quei giorni, proprio alle porte del grande lockdown della pandemia. La depressione è una malattia orribile, democratica e spietata: si attacca alle ossa, non guarda in faccia nessuno, ricchi o poveri, giovani o vecchi. E quando pensi di essertene liberata, scopri che è rimasta lì, acquattata nell’ombra, ad aspettare il tuo prossimo cedimento per colpire in modo implacabile.

Quando ho dovuto cercare uno psicologo per iniziare un percorso di terapia e provare a sopravvivere a questo tsunami, lo Stato non c’era. Le strutture pubbliche erano un deserto di liste d’attesa interminabili. Ho dovuto fare da sola, pagando un professionista privato. Se hai i soldi ti curi, se non li hai affoghi. Spero con tutto il cuore che a nessuno debba mai capitare quello che è successo a me, perché ti devasta dentro. Ma finché la politica continuerà a finanziare i fucili e a tagliare sui medici, la prossima tragedia non sarà una fatalità: sarà una scelta di Stato.

Se hai bisogno di aiuto o conosci qualcuno che potrebbe averne bisogno, ricordati che esiste Telefono amico Italia (0223272327), un servizio di ascolto attivo ogni giorno dalle 10 alle 24 da contattare in caso di solitudine, angoscia, tristezza, sconforto e rabbia. Per ricevere aiuto si può chiamare anche il 112, numero unico di emergenza. O contattare i volontari della onlus Samaritans allo 0677208977 (operativi tutti i giorni dalle ore 13 alle 22).

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