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La diffusione della malaria sta cambiando. Ed è un rischio anche per l’Europa

Ogni anno si registrano oltre 240 milioni di casi e circa 600.000 decessi, di cui il 76% bambini sotto i 5 anni. Gli investimenti del Fondo Globale sono stati fondamentali nel ridurli
La diffusione della malaria sta cambiando. Ed è un rischio anche per l’Europa
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di Irene Crocetti e Alessia Gjuzi

Sabato 25 aprile si celebra la Giornata Mondiale della malaria, che ci ricorda quanto ci sia ancora da fare. La malaria potrebbe non essere così lontana come pensiamo. Questa giornata ci invita a riflettere, informarci e chiedere un impegno concreto: sostenere programmi di prevenzione e ricerca significa proteggerci tutti, qui e ora. Per anni (anzi, per decenni) ci siamo convinti che la malattia fosse un problema lontano, confinato ad altri continenti. Una malattia “degli altri”; ma oggi questa narrazione non regge più.

Fino alla metà del Novecento risultava endemica anche in Italia, soprattutto nelle zone costiere, ma è stata eradicata ufficialmente nel 1970. Da allora i casi sono rari, ma non assenti: episodi sporadici di malaria non importata continuano a verificarsi, come quello registrato in Puglia nel 2017. La recente identificazione in Italia della zanzara Anopheles sacharovi, ritenuta scomparsa da oltre mezzo secolo, insieme alla presenza documentata di altre specie vettori, impone un cambio di prospettiva. Non è un allarme immediato, ma un segnale chiaro: è un tema che riguarda anche l’Europa e quindi, potenzialmente, il nostro Paese.

Ogni anno nel mondo si registrano oltre 240 milioni di casi di malaria e circa 600.000 decessi, di cui il 76% bambini sotto i cinque anni. Numeri che raccontano una crisi ancora aperta, ma anche progressi concreti: negli ultimi vent’anni interventi mirati e finanziamenti strutturati hanno ridotto significativamente mortalità e contagi. Gli investimenti del Fondo Globale sono stati fondamentali nel ridurre i decessi del 29% nei Paesi in cui opera, mentre senza interventi sarebbero aumentati drasticamente. In questo sforzo collettivo, l’Italia ha confermato il proprio sostegno storico attraverso rinnovati impegni finanziari al Fondo lo scorso ottobre. Anche Gavi, l’Alleanza per i Vaccini, ha reso possibile l’introduzione dei vaccini antimalarici in 25 Paesi africani, con un impatto diretto sulla mortalità infantile.

Eppure, questi risultati, seppur positivi, sono ancora ben lontani dal considerarsi conquiste. La malaria resta la malattia parassitaria più frequentemente importata nei Paesi non endemici, Europa inclusa. Il punto non è che sia tornata, come chiarito anche dall’Istituto Superiore di Sanità, ma che le condizioni per una possibile trasmissione stiano cambiando. È il riflesso di un mondo interconnesso, in cui cambiamento climatico, conflitti e mobilità globale stanno creando un contesto favorevole alla diffusione delle zanzare vettori. Le basi ecologiche per una reintroduzione esistono ancora: il rischio resta contenuto, ma non più impensabile. Ignorare i segnali, oggi, sarebbe un errore molto grave.

Per questo, come Youth Ambassadors per The ONE Campaign, crediamo che sia fondamentale ribadire una priorità: continuare a investire nella lotta contro la malaria non è solo una scelta etica, ma una necessità strategica. Ridurre i finanziamenti oggi significherebbe compromettere risultati costruiti in decenni e aumentare i rischi futuri, anche per l’Europa. Per questo motivo, nel mese di aprile siamo scesi nelle strade delle principali città italiane per distribuire il nostro kit Malar(ONE), con l’obiettivo di sensibilizzare l’opinione pubblica sul tema e coinvolgere attivamente la cittadinanza. Sostenere iniziative come quelle di Gavi e del Fondo Globale significa proteggere vite oggi e costruire sicurezza sanitaria per il futuro. È il momento di cambiare prospettiva: non si tratta più di “aiutare gli altri”, ma di difendere un bene comune globale, la salute.

Riflettere sulla giornata mondiale della malaria significa ricordare che nessuno è al sicuro finché non lo siamo tutti: la salute globale è una missione comune. Questa malattia ci ricorda ancora una volta che viviamo in un mondo altamente interconnesso, dove le crisi sanitarie non conoscono confini. Pensarla come un problema distante è un errore che non possiamo più permetterci. La vera domanda non è più se la malaria sia una malattia “degli altri”, ma quanto siamo disposti ad agire prima che la minaccia ci colpisca direttamente.

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