Ho perso mia sorella Mena: nella sua storia lo specchio di una sanità a più velocità
La morte di una sorella spezza il tempo. È qualcuno che appartiene al tuo stesso presente, alla tua stessa storia. Non la “metti in conto” perché con lei immagini il futuro, non la fine… E’ stato uno tsunami. Troppo veloce, troppo presto. “Mancherai tanto Sister”, scrive Kitty la mia quarta sorella su fb nell’annunciare il viaggio eterno della seconda.
Sì, è stato uno tsunami e dal finale inaspettato. Abbiamo sperato che non fosse questo l’epilogo della storia. Eravamo fiduciosi che, una volta scoperto per caso solo due mesi fa l’indesiderato ospite, la sanità delle due/tre/quattro velocità di questo Paese si sarebbe presa cura di lei e, se anche non l’avesse guarita, l’avrebbe di sicuro curata. Ma quello che è avvenuto mentre era su quel letto sofferente, lo elaboreremo in un secondo momento. Mi preme concentrarmi solo sul gap tra le diverse Regioni. Conosco la realtà ospedaliera dell’Italia del nord e di alcuni ospedali americani. La conosco bene. E so quanto siano solleciti nel dare risposte veloci a una diagnosi, soprattutto di una certa gravità, come questa. Sanno che devono correre perché rallentando i tempi della cura, la situazione della prognosi rischia di peggiorare. Qui o si corre o ci si arrende.
Per iniziare le cure a un malato di cancro è necessario eseguire una PET, Tomografia ad Emissione di Positroni. Essendo un macchinario molto costoso – si parla di 2-3 milioni di euro, ma alcuni modelli possono superare i 21 milioni, contro i 450 mila euro delle TAC tradizionali – non dovrebbero farlo funzionare giorno e notte? Stiamo parlando di vita, di cure, di salvezza. Quando finalmente a lei è stata prescritta, qui da noi non c’era disponibilità. Siamo riusciti, accorciando di poco i tempi, a prenotare a Venafro in Molise, a due ore di macchina da casa. Quel giorno però mia sorella non si è sentita bene ed è stato necessario il ricovero. Un giorno intero in pronto soccorso e poi… dall’ospedale non è più uscita.
Quando a Priverno (LT) è arrivata la notizia della morte è stato uno choc. Tutti erano increduli e i social sono impazziti. “Eri e resterai per tutti un fiume in piena, un vulcano di idee, ma soprattutto resterai nei nostri cuori come la persona più umana, più solare che abbiamo conosciuto! – scrive Maria Vittoria De Marchis, responsabile del gruppo Facebook ‘Tradizioni di Priverno’ – Il tuo sorriso, così unico e contagioso, svelava la splendida persona che eri... Ricordo ancora la sera che mi chiamasti dal Louvre per dirmi che avevi incontrato Camilla e Metabo (due personaggi mitologici del luogo narrati anche nell’Eneide). Ci vorrebbe un libro per raccogliere i ricordi”.
Dalla Spagna: “Alla fine di un mandato sulla terra gli Angeli tornano in Paradiso, quindi è vero? Mena dalla carta alla magia, hai riempito storie del nostro Paesello con la tua sapienza e allegria. Brutto ricevere notizie di persone così belle che muoiono e senza un perché, sicuramente per la “via nova” ci sarà un vuoto devastante senza di te e la tua cinquecento rossa, che feci riprodurre in uno dei miei locali tale e quale parcheggiata vicino la fontana dei delfini…”. “Passare dalla gioia alla tristezza è un attimo”, ha scritto e poi ripetuto in una Cattedrale stracolma una commossa Anna Maria Bilancia, sindaca di Priverno. “Basta una notizia, di quelle che non vorresti mai sentire e la vita con tutta la sua crudezza ti ricorda di quanto sia bella, ma anche di quanto sia tanto effimera. E ogni volta che una perdita ci tocca, siamo più poveri. E oggi lo siamo tanto perché ci ha lasciato Mena D’Alessio, che per molti di noi era la Mena ‘Cartamagia’ dalle mani d’oro, dalle idee più creative, dal sorriso accogliente e da quel grande e arguto spirito con cui è stata sempre parte attiva e preziosa della nostra Comunità. Mena era tra gli “influencer” migliori nel promuovere la sua, la nostra, Priverno. Era molto generosa e attenta. Vi ricordate quando all’inizio del Covid non si trovavano le mascherine? Bene Mena ne cucì a centinaia e le regalò a chiunque gliele chiedeva”.
Dicono che in queste malattie il farmaco più forte che esiste è l’amore e la determinazione della persona malata a resistere e combattere. Combattere contro chi? Contro se stessi? Io vedevo che lei resisteva ai dolori con la respirazione “diaframmatica”. “Chi non guarisce quindi non è stato capace di trasformarsi in ‘leone’?”, si chiede Concita De Gregorio nel suo libro La Cura. L’unica vera battaglia che si deve fare è quella sull’investimento nella ricerca e nella sanità pubblica. Quella è la battaglia che non si fa, perché i fondi alla sanità e alla ricerca sono i primi che saltano.
Conosco bene il problema della ricerca. Me ne sono occupata per almeno 10 anni, lavorando nell’Ufficio Stampa del Ministero e dirigendo prima di andar via Researchitaly, il Portale Internazionale che serviva a mettere in comunicazione i laboratori di tutto il mondo e conoscere chi fa cosa. Uno strumento importantissimo. Bene. Non esiste più. Le cose importanti in questo Paese sfumano. I dati di Confindustria comunque ci dicono che la spesa per la Ricerca in questo Paese resta sempre inferiore alla media europea.
E per quanto riguarda sanità e innovazione? A proposito del tumore al polmone Giovanni Blandino, direttore scientifico del Regina Elena, dice: “La vera innovazione oggi è integrare dati clinici, molecolari e tecnologici per prendere decisioni sempre più precise. Non trattiamo più tumori uguali per tutti, ma malattie diverse in persone diverse. Questo cambia radicalmente l’efficacia delle cure”. Già le cure… la prevenzione, i nuovi farmaci, l’immunoterapia, i dati clinici, etc. Dove? Qualcuno mi dica dove seguono questi parametri e questi protocolli? Negli ospedali del Nord? Del Sud? Del Centro? Nelle grandi città? Dove? Siamo sempre lì!