Modena, la psicologia dietro la strage: c’è una zona cieca nell’individuo
Percorro abitualmente via Emilia Centro, a Modena, quella nella quale Salim El Koudri ha scelto di lanciare la propria auto a una velocità tale da mietere più vittime possibili. È la via della passeggiata, del lento camminare dei cittadini che sostano davanti alle vetrine prendendo un caffè. È il bersaglio perfetto per chi abbia in mente di compiere una strage, colpendo al cuore la città ritenuta responsabile di una colpa nata e cresciuta malignamente in una mente divenuta incubatore di odio represso
Cosa si nasconde dietro l’inequivocabile scelta di compiere una strage? Quale meccanismo ha fatto detonare la mente di Salim?
Quello che le prime notizie ci dicono è che il suddetto era seguito da un locale centro di salute mentale per un “disturbo schizoide di personalità”. Un soggetto con atteggiamento schizoide tende all’isolamento, alla freddezza, preferendo un distacco emotivo dalla società rispetto al fluire dei legami sociali; solitamente presenta tratti di anedonia e adesione a idee bizzarre, vivendo una vita ai margini della socialità, presente spesso fisicamente ma con la propria vita emotiva situata in zone marginali e distaccate. Questo non ne fa un soggetto con una frattura con la realtà, un incapace di intendere. Sappiamo che aveva iniziato un percorso di studi, intento alla ricerca di un lavoro rimasta insoddisfatta.
Da qui si apre una zona cieca sulla quale germineranno congetture, sovente formulate da chi non mastica la materia e dunque non sa che noi facciamo i conti ogni giorno con l’imprevedibilità dell’essere umano e con la non reperibilità di quel “trigger” che fa detonare l’odio interrato in zone melmose, spesso per anni.
Cosa possiamo pensare? Cosa ha fatto sì che quest’uomo lasciasse il suo odio libero di fluire? Quale barriera ha ceduto in lui? Senza cadere in facile congettura, sappiamo per certa la sua inattività lavorativa.
La clinica ci insegna che per soggetti con tale predisposizione il lavoro, inteso come legame con l’altro, come regolazione del dare e avere con la società, può compensare relazioni ormai logorate o inesistenti; attenua l’isolamento strutturale del loro modo di essere, offre un’identità arginando la precarietà e custodendo aspirazioni altrove spesso frustrate. L’occupazione può allora trasformarsi in un elemento terapeutico capace di sostenere il soggetto come punto di tenuta della struttura. La ferocia, a volte paranoica, deflagra quando vengono meno le protezioni che sino a quel momento avevano mantenuto la situazione stabilizzata. Da lì la facile via della ‘vendetta’ rivolta contro quel mondo dal quale il soggetto si sente escluso, priva di una elaborazione individuale, ma guidata da una furia cieca ed indistinta.
Un caso questo che mi ricorda quello di Luigi Preiti, che il 28 aprile 2013 sparò al brigadiere Giuseppe Giangrande affermando: “In testa avevo Berlusconi, Bersani o Monti, erano loro i miei obiettivi. Colpire almeno uno di questi significava, nella mia testa, prendersi una rivincita per conto di tanti italiani nella mia stessa situazione, disoccupati nel pieno di una crisi economica che allora sembrava avrebbe affossato il Paese”. Ma queste sono soltanto ipotesi che ci fanno sbattere contro l’impossibilità di prevedere e contenere la natura umana quando sceglie di dare la morte ad altri.
So già che strali immotivati verranno lanciati contro i colleghi del centro di salute mentale che lo seguivano, puntando ancora il dito sulle carenze e sull’insufficienza dei servizi (oggettivamente sottofinanziati), il tutto nel disperato tentativo di delegare a qualcuno o a qualcosa il compito di proteggere il corpo sociale da ciò che di più violento e imprevedibile esiste: la natura umana.
A chi punta già il dito verso di loro dico che non esistono parametri predittivi sempre efficaci, che la capacità di simulare o di tacere fa parte della mente dell’uomo. Ben difficilmente, infatti, un soggetto di questo tipo chiude la seduta al centro di salute mentale dicendo: “Bene, vi saluto, ora vado a compiere una strage”. Per quanto noi ci si adoperi nel diagnosticare, formulare ipotesi, intessere trattamenti e cure, dobbiamo arrenderci al fatto che le scelte di un individuo e la sua irriducibile e lucida volontà, anche quando tracima nel desiderio di uccidere e nel cinismo, restano spesso insondabili, imprevedibili e dunque non tracciabili.
Gran parte della politica e dei media si è già stabilizzata sull’etichetta di un rassicurante problema psichiatrico. Saranno i periti a stabilirlo. Ma la crescente richiesta della ‘garanzia di follia’ è mossa dall’angoscia di un corpo sociale che chiede alla psicologia e alla psichiatria di convalidare il tranquillizzante senso comune che vuole la violenza quasi sempre come frutto di una torsione dell’animo umano facendola così rientrare nell’alveo delle variabili sulle quali è possibile esercitare un controllo, umano o chimico. Questo perché l’idea di uccidere senza un vizio di mente, esponendoci di fatto alla beluinità che possiamo incontrare ogni giorno per strada, spaventa troppo per essere assimilata.