Cinema

Festival di Cannes 2026, che fine ha fatto Hollywood? Non ci sono Tom Cruise né i kolossal, sulla Croisette restano solo le vecchie glorie e film indie

Il Festival si apre all'insegna di un netto distacco dalle grandi produzioni americane. Travolta arriva da regista esordiente, Streisand riceve la Palma d’onore, ma il vero tema è ciò che manca: gli studios, i divi globali e il glamour sul red carpet

di Federico Pontiggia
Festival di Cannes 2026, che fine ha fatto Hollywood? Non ci sono Tom Cruise né i kolossal, sulla Croisette restano solo le vecchie glorie e film indie

C’è una assenza presente o, se preferite, una presenza assente a Cannes 79, e si chiama Hollywood. I film degli studios si son tenuti alla larga, solo in Concorso si vedono i due liocorni, gli indie Paper Tiger di James Gray e The Man I Love di Ira Sachs, e sulla Croisette fa un po’ freddo. Splende il sole, ma la temperatura emozionale, e persino emotiva, è al ribasso: c’è un elicottero a far la spola tra un patrimonio e una photo opportunity per il ricc(astr)o di turno, ma non più le frecce tricolori francesi a celebrare roboanti sul Palais des festivals Top Gun: Maverick con, anzi, di Tom Cruise. Era il 2022, ed è un secolo fa: oggi di Top Gun c’è (stata) solo la proiezione in spiaggia dell’originale, anno di grazia 1986.

E sì che l’ultimo divo globale per immagini e suoni, Cruise, era tornato pure l’anno scorso, per Mission: Impossible – The Final Reckoning: non triste, non solitario, ma final, sì. 365 giorni dopo, Hollywood sta a guardare, e Cannes, con il (delegato) generale Thierry Fremaux pesca nell’album dei ricordi: il neozelandese Peter Jackson, all’anagrafe cinematografica Signore degli Anelli, Palma d’Onore; Vin Diesel con il modernariato rombante di Fast & Furious; Guillermo Del Toro per (ri)benedire Il labirinto del fauno; Jane Fonda al tappeto, Demi Moore in giuria – che già le registe sono appena cinque su ventidue film in Concorso, il 50/50 è pia illusione, e non ci si mettano pure le star a sperequare.

Tutto il resto non è noia, ma le si avvicina: passano di fronte alla Montée des Marches italiani in vacanza permanente o visita giornaliera, buttano l’occhio, ed esplodono l’inaudito: “Sì, ma chi è?”. Il red carpet quest’anno è più relativo, Hollywood scongiura lo zero assoluto, però la denuncia è per inoccupazione di suolo pubblico: John Travolta arriva con basco bianco da Mas (gli ex romani Magazzini allo Statuto), l’esordio alla regia, il tenero e aereo Propeller One-Way Night Coach, e viene beneficiato di Palma d’Onore. Già, Los Angeles oramai è un premio alla carriera o, se preferite, alla presenza. Non farà eccezione Barbra Streisand, altra annunciata Palma onorifica: il suo Come eravamo, indimenticabilmente spartito col compianto Robert Redford, oggi vale anche per il festival francese.

E noi italiani? Be’, lo zero è pressoché assoluto, a meno di non contare i ristoranti. Pannunzio, del resto, lo diceva già nel 52: “Italia alle vongole”.
A parte Laura Samani nella giuria di Un Certain Regard e Margherita Spampinato talento emergente per Kering, un corto e un prodotto immersivo, esistiamo solo nel ritorno al futuro, alla voce Vittorio De Sica – La vita in scena, il documentario dello specialista Francesco Zippel. Che ha sottotitolo filologicamente esatto, ma altrove sintomaticamente evocativo: c’è meno vita o meno scena quest’anno a Cannes? Tocca dar ragione a Grignani, “un viaggio – e un festival – ha senso solo senza ritorno se non in volo”: ridateci Top Gun, ridateci Tom Cruise. Soprattutto, ridateci Hollywood: non le vecchie glorie, ma i film freschi di giornata. Chiediamo troppo?

@fpontiggia1

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