Scudisciate assortite di schiettezza e insofferenza: così Alberto Zangrillo, professore Ordinario di Anestesia e Rianimazione e prorettore per le attività cliniche dell’Università Vita-Salute San Raffaele, ha attraversato l’aula di Palazzo San Macuto, trasformando l’audizione davanti alla Commissione parlamentare d’inchiesta sul Covid in un’invettiva contro la “liturgia dei sermoni” televisivi e nella rivendicazione della superiorità della corsia ospedaliera sul talk-show.
Con il piglio del clinico che ha “visto la morte in faccia” e il disprezzo per gli “allarmismi mediatici”, il primario del San Raffaele ha messo alla berlina virologi e giornalisti in cerca di audience, rei di aver “imbastardito” la società con un disfattismo spesso slegato dalla realtà dei reparti.
L’inizio dei lavori è segnato da un siparietto tra il medico e il senatore della Lega Claudio Borghi. Notando una certa ilarità in aula, Zangrillo ha interrotto subito: “Se vi interessa vado avanti, altrimenti me ne vado, così è meglio. Siete qui in quattro a ridere”. A sedare la tensione è intervenuto il presidente della Commissione, il senatore di Fratelli d’Italia Marco Lisei: “No, è che quando entra Borghi succedono sempre queste cose”.
Il duello con Borghi è ripreso quando il senatore, noto per le sue posizioni molto critiche sulla gestione della pandemia, sui vaccini e sulle misure restrittive, lo ha interrogato sulla personalizzazione delle cure. Zangrillo lo ha inquadrato con un misto di cortesia, sarcasmo e diffidenza: “Allora, senatore Borghi, l’ho visto in azione a quell’epoca, per cui mi permetta: ho capito il suo retropensiero”.
Il cuore dell’audizione è stato un attacco frontale a quella parte della comunità scientifica che ha preferito il leggio della televisione alla prossimità con i pazienti. Se il virologo Fabrizio Pregliasco è stato citato esplicitamente per il suo “catastrofismo”, il convitato di pietra è apparso chiaramente Roberto Burioni. Colleghi nella stessa istituzione (la Vita-Salute San Raffaele), ma separati da un “atavico” divario metodologico: da una parte il virologo, alfiere della massima prudenza e del dato di laboratorio; dall’altra il rianimatore, sostenitore di una convivenza pragmatica con il virus.
L’occasione è l’invettiva contro il predominio mediatico sul tema hantavirus: “Durante il Covid c’erano dei sermoni da parte di chi aveva la possibilità di parlare e poi c’era una realtà drammaticamente diversa, quella di coloro che erano chiusi in casa e non sapevano a che santo votarsi. Dobbiamo anche tener conto delle patologie mentali, che sono importanti. Io faccio il professore universitario – continua – e purtroppo ho visto negli ultimi tempi arrivare a me degli studenti impreparati, spaventati, terrorizzati. Ai miei tempi si sarebbe detto ‘immaturi’. E perché? Perché, caspita, sono stati in cattività per 3-4 anni, non hanno avuto vita di relazione. È stato davvero drammatico”.
Poi la staffilata ai “colleghi della sua università”, i professori ordinari che fanno “la lezioncina quotidiana”, “senza essere mai entrati in una rianimazione”: “Abbiamo fatto degli errori e continuiamo a farli, eh. Io stamattina ho aperto il Corriere della Sera e la prima pagina aveva tre notizie: Garlasco, Sinner e l’hantavirus. E lì abbiamo già visto che stanno iniziando a riposizionarsi gli schieramenti. Guardate che capita anche nella mia università”.
Quindi, l’affondo: “Non voglio fare i nomi, ma ci sono anche nella mia università, ahimè, dei prodotti di questo maledetto Covid che hanno perso completamente il lume della ragione, il buon senso e che si permettono, pur essendo professori, di minacciare e di rivolgere improperi non solo agli studenti, ma anche al pubblico che li frequenta sul web. Questo imbastardisce e involgarisce terribilmente la nostra società. Eppure, questi signori sono professori ordinari, ci fanno la lezioncina quotidiana e verranno presto a farci i sermoni sull’hantavirus e le sue varianti. Ma l’hantavirus c’è da 50 anni, è sempre stato mortale. Se c’è una manica di coglioni che va, grazie a una nave, su una discarica frequentata dai topi, è chiaro che corri questo tipo di rischio”.
E ha aggiunto: “Oggi già ci sono lì i famosi virologi che stanno iniziando a schierarsi. C’è Pregliasco che inizia a fare del catastrofismo, quell’altro che inizia a elencare tutte le cose… ecco, non cadiamo in questa trappola, manteniamo il buon senso“.
Al di là della catilinaria sui colleghi, però, Zangrillo ha espresso una critica metodologica profonda: la medicina d’emergenza non è fatta di ‘lezioncine’ accademiche, ma di una gestione che deve saper pesare il rischio e che richiede una Commissione finalmente multidisciplinare. E a riguardo, ha ripercorso i momenti più tragici della pandemia, col terribile aumento della letalità del 50% legato a intubazioni intempestive.
Rispondendo, infine, alle sollecitazioni del deputato M5S Alfonso Colucci sulla comunicazione istituzionale quotidiana del periodo emergenziale, Zangrillo, dopo un primo momento di smarrimento in cui non ricordava il nome dell’”ex alpino” (il generale Figliuolo), ha chiarito che quegli appuntamenti quotidiani, pur pesanti, rispondevano a una logica di trasparenza: “Se non ci fossero stati, il rischio che si sarebbe corso era quello di essere omissivi”.
E ha preso di mira il giornalismo, raccontando la sua mattinata nel guardare Sky Tg24, paragonato a un “fuoco incontrollato che divampa” e a una comunicazione “pericolosissima quando non è autorevole”, ma declinata solo per consentire alle trasmissioni serali di fare audience.
“Anche lì andrà studiato qualcosa per cercare di limitarla perché altrimenti facciamo il male dei nostri concittadini”, ha concluso.