“L’egoismo, la pandemia che nessuno vuole fermare”: partiamo dalle parole Sanchez per un vero cambiamento
di Sara Gandini e Paolo Bartolini
«C’è una pandemia che nessuno vuole fermare, quella dell’egoismo» afferma Sanchez nell’aula della 79ª Assemblea mondiale della sanità a Ginevra. Una pandemia meno visibile di quelle biologiche, ma altrettanto pericolosa. Si diffonde nelle decisioni politiche, nelle priorità economiche, nell’indifferenza verso la sofferenza altrui. E, come tutti virus, anche questo è estremamente contagioso. Il presidente spagnolo fa riferimento al paradossale aumento delle spese militari, effettuato mentre si sostiene che non ci siano fondi per il sistema sanitario pubblico, con conseguenze umanitarie e sanitarie devastanti.
Il premier spagnolo rovescia la prospettiva abituale sui pericoli globali: «il maggiore rischio per la salute globale non è più la mancanza di scienza, ma la mancanza di coscienza». «Qual è la prima traccia della civiltà?» si chiede Pedro Sánchez. Non la ruota, né il fuoco, né la scrittura. La risposta si trova in un femore umano rotto e poi guarito. Si tratta di un segno archeologico, ma soprattutto di un segno simbolico che è traccia indelebile di umanità: qualcuno si è preso cura di un altro essere umano.
Sanchez non posta statistiche o grafici relativi ad emergenze epidemiologiche. È partito da una domanda radicale per ribadire che la civiltà non nasce esclusivamente da un’invenzione, da un fare tecnico e dalla scienza come cammino condiviso di scoperta e conoscenza; è la relazione a essere il perno attorno a cui ruotano le nostre esistenze quotidiane: la civiltà «non comincia con uno strumento, ma con una mano tesa». È un’immagine potente, che chiede di ripensare radicalmente la nostra idea di progresso: non siamo definiti essenzialmente da ciò che inventiamo o costruiamo, ma dalle relazioni che intratteniamo tra noi e soprattutto con coloro che versano in condizioni di fragilità e svantaggio. Come ci poniamo rispetto alle diseguaglianze, e rispetto alle ingiustizie, dà la misura del nostro grado di umanità e aiuta a comprendere se una società è davvero capace di futuro. Questo è progresso, qualcosa di assai diverso dal mito dell’innovazione (tecnologica) fine a se stessa e dal culto della potenza (economica, militare, algoritmica).
Il messaggio di Sanchez, del resto, è tanto semplice quanto impegnativo: prendersi cura degli altri non è un atto di carità, ma il fondamento stesso della nostra appartenenza alla specie e al gruppo umano nel quale cresciamo e prendiamo forma come singoli determinati. Ed è, forse, l’unico vero criterio per misurare la tenuta profonda di una civiltà e il suo livello di evoluzione.
Ora si parla solo di intelligenza artificiale e digitalizzazione, come se la tecnoscienza fosse la via maestra per risolvere il problema della mancanza di risorse economiche per i sistemi sanitari. Ma è chiaro che la salute globale non è solo una questione di risorse o di innovazione, ma di responsabilità condivisa soprattutto rispetto alle disuguaglianze globali.
In un’epoca di emergenze ecologiche, geopolitiche e di crisi energetiche e crollo dei presidi sanitari pubblici, Oxfam denuncia che nel 2025 la ricchezza dei miliardari è cresciuta del 16% in termini reali, a un ritmo triplo rispetto alla media degli ultimi cinque anni. Si tratta di una concentrazione mai registrata prima. Tanto che ora una stretta cerchia di individui controlla un patrimonio maggiore di quello posseduto dalla metà povera della popolazione mondiale. E parliamo di povertà vera: il 25% delle persone a livello mondiale soffre di insicurezza alimentare e quasi la metà della popolazione globale vive in condizioni che possiamo solo definire “misere”. Non si tratta però solo di denunciare questa deriva sociale, perché tutto questo si traduce anche in una questione sanitaria. Sappiamo da tempo che la povertà e le disuguaglianze economiche e sociali si traducono direttamente in un aumentato rischio di malattie, minore accesso alle cure e maggiore mortalità.
Non resta che cogliere le parole del presidente del governo spagnolo come un’occasione per ripensare radicalmente le nostre priorità e sostenere un programma culturale e politico all’altezza del presente: lotta alle diseguaglianze sociali, rilancio poderoso della sanità pubblica e della medicina territoriale, no al riarmo e allo spreco di risorse economiche da utilizzare per il bene comune. Da qui, a da posizioni chiaramente pacifiste e di rispetto del diritto internazionale, dovrebbe ripartire un progetto collettivo che superi le complicità con il neoliberalismo di cui si sono macchiate anche le sinistre riformiste da più di trent’anni a questa parte.