La salute mentale in Italia segue una logica reattiva: si agisce quando c’è la crisi. Ma il processo è più complesso
di Alessandra Milani
A Modena un’auto ha travolto la folla. Il conducente era stato seguito dai servizi di salute mentale. Il percorso terapeutico si era interrotto. Questo è ciò che sappiamo.
Il resto, origine, seconde generazioni, integrazione, è diventato immediatamente terreno di scontro politico. Ma mentre discutiamo di identità, stiamo evitando la domanda più scomoda: “Perché in Italia una persona con disturbo psichiatrico grave può uscire dal radar dei servizi senza che il sistema si accorga che qualcosa si è rotto?”. Non è un’accusa ai singoli professionisti. È una domanda sull’architettura.
La salute mentale nel nostro Paese è organizzata secondo una logica reattiva: si interviene quando c’è la crisi. Quando il paziente si presenta. Quando la famiglia chiama. Quando succede qualcosa. Ma la salute mentale non è un interruttore acceso/spento. È un processo dinamico, fragile, discontinuo. E i processi non si governano con l’improvvisazione, o almeno non dovrebbero.
Negli studi sui sistemi complessi esiste un concetto chiave: gli eventi gravi raramente nascono da un singolo fattore. Sono il risultato di micro-fratture che nessuno ha visto o monitorato nel tempo. In un nostro lavoro pubblicato su Public Health Reviews abbiamo parlato di “ragionamento iterativo” nelle politiche sanitarie: definire indicatori di rischio, monitorarli periodicamente, integrare nuove informazioni e correggere la rotta prima che il rischio diventi evento.
Applicato alla salute mentale significa, per esempio:
• sapere quanti pazienti complessi hanno interrotto il follow up da più di sei mesi;
• prevedere revisioni strutturate dei casi ad alta vulnerabilità;
• integrare realmente famiglia, territorio e servizi;
• garantire personale sufficiente per assicurare continuità, non solo risposta all’emergenza.
Oggi questi meccanismi non sono strutturali. Sono disomogenei. Dipendono dalle risorse locali, dalle singole équipe, dalla disponibilità di tempo. E c’è un dato che raramente entra nel dibattito televisivo: la carenza cronica di personale nei servizi territoriali, inclusi quelli di salute mentale. Senza tempo clinico non esiste prevenzione. Senza monitoraggio non esiste continuità.
Ogni volta che un fatto di cronaca viene trasformato in una questione etnica, produciamo una semplificazione rassicurante: spostiamo il problema fuori dal sistema.
Eppure la letteratura scientifica è chiara su un punto: la stragrande maggioranza delle persone con disturbi mentali non è violenta. Il rischio aumenta quando si sommano isolamento, interruzione terapeutica, vulnerabilità sociale e assenza di rete.
Non è un tema di giustificazioni. È un tema di progettazione sanitaria.
La sicurezza non comincia con l’arresto. Comincia molto prima: nei servizi territoriali, nei follow up, nei dati che dovrebbero accendersi come spie sul cruscotto quando un percorso di cura si interrompe.
Modena non è solo un caso giudiziario. È un indicatore sistemico.
Se continuiamo a discutere di identità senza discutere di organizzazione, continueremo a reagire agli eventi senza mai prevenire le traiettorie.
La vera domanda non è chi era quella persona. La vera domanda è: il nostro sistema di salute mentale è progettato per intercettare la vulnerabilità prima che diventi crisi pubblica? Se la risposta è no, allora l’emergenza non è l’ordine pubblico. È la sanità pubblica. Finché continueremo a discutere solo dopo, senza rivedere l’organizzazione dei servizi prima, resteremo dentro una logica emergenziale permanente.