Pasta sfoglia, besciamella, mozzarella, salsa di pomodoro, pepe e noce moscata. Consumare un rustico leccese è una tappa fissa per chiunque visiti il capoluogo salentino, ma la celebre pizzetta chiusa sta registrando un’impennata dei prezzi senza precedenti. Come riportato dal quotidiano Repubblica, una recente indagine condotta da Adoc Lecce fotografa un rincaro medio del 57% rispetto al periodo pre-pandemia, un aumento trainato in gran parte dall’intensificarsi dei flussi turistici.
La mappa dei rincari
La ricerca, coordinata dallo studente Tiziano Giuliani con il supporto di alcuni tirocinanti spagnoli del programma Erasmus+, evidenzia come il prezzo medio del rustico sia passato dai vecchi 1,50 euro agli attuali 2,40 euro. L’aumento, secondo gli analisti, non è giustificabile esclusivamente con l’inflazione e i maggiori costi di gestione o delle materie prime, ma appare fortemente influenzato dalla domanda nelle zone a maggiore vocazione turistica. Il centro storico guida infatti la classifica dei rincari: consumare lo spuntino tra i vicoli del borgo antico comporta una spesa media di 2,57 euro. Proprio nel centro è stato registrato il picco massimo cittadino, pari a 2,70 euro è stato registrato presso una nota catena locale. Prezzi alti anche nei quartieri Mazzini, Salesiani e San Sabino, dove il prezzo medio si assesta stabilmente sui 2,50 euro.
Per trovare costi inferiori bisogna allontanarsi verso le zone residenziali e periferiche. Nel quartiere Leuca la media scende a 2,26 euro, seguita da San Pio e Santa Rosa con 2,25 euro. Le aree più economiche della città risultano essere quelle nei pressi della Stazione (2,24 euro) e dello Stadio (2,23 euro). Il “punto di resistenza” più basso individuato dall’indagine è di 1,80 euro, prezzo mantenuto da un bar storico in zona Leuca.
La polemica: artigianale o surgelato?
A onor del vero, va precisato che il rustico leccese non nasce come classico cibo da strada popolare, bensì come prodotto d’élite. Le sue origini vengono fatte risalire agli ambienti aristocratici della fine del Settecento, chiaramente ispirati alla cucina francese. Un valore storico riconosciuto ufficialmente nel 2004, quando il prodotto è stato inserito nell’elenco dei Prodotti Agroalimentari Tipici (PAT). Proprio in virtù di questo blasone gastronomico e a fronte dei continui aumenti, l’Adoc ha sollevato un problema di garanzia per gli acquirenti. “Il timore”, segnala l’associazione a difesa dei consumatori, “è che il consumatore paghi un prezzo elevato senza sapere se sta acquistando un prodotto fresco artigianale o un pezzo surgelato e semplicemente riscaldato”. La richiesta rivolta agli esercenti è dunque quella di una tracciabilità netta: “La vendita sia sempre accompagnata da informazioni chiare sull’origine e sulle modalità di preparazione, perché un rincaro così netto diventi accettabile solo a fronte di una qualità certificata”.