“Lo sport non può attendere i tre gradi di giudizio, serve una misura preventiva”, così San Marino sospende gli atleti condannati per violenza di genere
Il caso del calciatore Manolo Portanova e la sua condanna in secondo grado per violenza sessuale ha riacceso in Italia il dibattito sul rapporto tra giustizia ordinaria e mondo dello sport, soprattutto sul tema della permanenza in campo di atleti coinvolti in procedimenti per reati gravi. Un confronto che tocca direttamente il nodo della “responsabilità sportiva” prima ancora della sentenza definitiva, e che divide tra chi invoca la presunzione di innocenza e chi chiede misure immediate di tutela dell’immagine e della sicurezza negli ambienti sportivi. In questo solco si inserisce la scelta della Repubblica di San Marino, che ha introdotto una normativa particolarmente severa sulla sospensione automatica degli atleti già dopo una condanna di primo grado per violenza di genere e abusi su minori come spiega al FattoQuotidiano.it il Segretario di Stato, Rossano Fabbri.
Segretario, la vostra legge introduce la sospensione già dopo una condanna di primo grado a una pena di almeno un anno per violenza di genere e abusi su minori: perché avete scelto di intervenire in modo così immediato?
Siamo intervenuti subito perché lo sport vive di simboli e di esempi che entrano quotidianamente nelle case e nelle teste dei ragazzi. Aspettare i tempi lunghi dei tre gradi di giudizio, in casi così sensibili, significherebbe accettare un’impunità sociale prolungata. Si tratta di un atto di igiene morale, se mi passa il termine: un condannato – anche in via non definitiva – che scende in campo manda il messaggio che il talento possa giustificare l’orrore. Per la Repubblica di San Marino era un provvedimento urgente e necessario, dettato anche dalle nostre peculiarità infrastrutturali: nei nostri centri, spesso, bambini, donne e adulti condividono gli stessi spazi di allenamento. È una misura di sicurezza preventiva che avevamo il dovere di garantire.
Come avete bilanciato questa scelta con il principio di presunzione di innocenza?
Dobbiamo distinguere i piani. La presunzione d’innocenza è un principio cardine dell’ambito penale e tale resta nei tribunali. Qui, però, parliamo di ordinamento sportivo, che ha prerogative e finalità differenti. La nostra è una misura di natura preventiva che garantisce la sicurezza nei luoghi dove si pratica sport. Tuteliamo l’ambiente agonistico e i suoi frequentatori, garantendo che i centri restino luoghi sicuri e protetti, senza per questo voler sostituire il giudizio definitivo della magistratura ordinaria.
La norma prevede obblighi stringenti di comunicazione e sanzioni molto dure: temete criticità applicative?
Gli obblighi di comunicazione e denuncia appartengono già al novero dei doveri sportivi; è una casistica ben nota a chiunque viva questo mondo. I valori dello sport si basano su principi di integrità, etica e alta moralità. Non vedo particolari criticità perché la norma è cristallina: punisce una condotta contraria ai valori sportivi slegandola dai soli tecnicismi procedurali. Chi sceglie la lealtà sportiva non ha nulla da temere da regole chiare.
In concreto, come verranno effettuati i controlli e quale sarà il ruolo del CONS e delle federazioni?
La norma è di facile applicazione grazie a un automatismo preciso. È il tesserato stesso che, in caso di condanna in primo grado ad almeno 12 mesi, ha l’obbligo di darne comunicazione scritta al Presidente della propria Federazione e al CONS entro dieci giorni. Qualora questa autocertificazione mancasse, scatta una sanzione differente e pesantissima: una squalifica automatica di quattro anni, indipendentemente dall’esito finale del giudizio. Tuttavia, non restiamo alla finestra ad aspettare: il sistema è strutturato per intervenire tempestivamente non appena si viene a conoscenza del provvedimento, ad esempio tramite gli organi di stampa o le comunicazioni delle autorità. In quel caso, l’azione del CONS è immediata. Una volta acquisita la notizia, il Presidente dispone la sospensione entro cinque giorni. È un sistema che responsabilizza il singolo e non lascia spazio a zone d’ombra.
Le federazioni hanno avuto tempi rapidi per adeguarsi: il sistema sportivo sammarinese era pronto a un cambiamento così netto?
Prontissimi, forse anche più della politica stessa. Il nostro tessuto sportivo è storicamente sano. Certo, c’è stato un fisiologico momento di disorientamento iniziale per la perentorietà del testo, come sempre accade di fronte a cambiamenti radicali. Ma alla fine ha prevalso l’orgoglio di essere pionieri su un tema così delicato. Abbiamo trovato sponde solide perché tutti comprendono che la tutela dei minori e la lotta alla violenza di genere sono priorità assolute che nobilitano lo sport.
Quanto ha inciso il fatto che la Repubblica di San Marino sia un piccolo Stato nel riuscire ad approvare rapidamente una norma così avanzata?
Ha inciso in maniera fondamentale. La nostra dimensione ci regala un’agilità che i grandi Stati faticano ad avere. Inoltre, il nostro è un calcio e uno sport prettamente dilettantistico, che rappresenta l’essenza stessa dei valori sportivi. Questo ha reso più semplice introdurre una norma dall’alto valore etico e morale. In un contesto dove tutti si conoscono e condividono gli spazi, l’impossibilità di ignorare certe situazioni ci ha spinto ad agire con decisione.
Pensa che un modello simile sia replicabile in Paesi più grandi come l’Italia?
Dal mio punto di vista è auspicabile che anche altri ordinamenti, su temi così sensibili, inizino a considerare misure preventive per la sicurezza dei luoghi sportivi. Ogni ordinamento ha le sue complessità, ma il fine ultimo — la protezione dei praticanti — dovrebbe essere universale. I piccoli Stati possono fungere da laboratorio, offrendo esempi concreti di riforme che i grandi sistemi possono poi calibrare sulle proprie dimensioni.
Credete che San Marino possa diventare una sorta di “bussola etica” a livello internazionale, stimolando altri paesi?
Certamente. I piccoli Stati come la Repubblica di San Marino possiedono un’agilità legislativa e decisionale che, per forza di cose, non può essere replicata nei grandi Stati. In questo senso dico che noi possiamo e dobbiamo fungere da laboratorio. Dimostriamo che quando c’è la volontà politica, i valori etici possono tradursi in norme efficaci in tempi brevissimi. Se il nostro esempio servirà a smuovere le acque anche altrove, ne saremo orgogliosi, ma intanto abbiamo messo in sicurezza il nostro movimento sportivo”.
Questa legge è un punto di arrivo o l’inizio di un percorso più ampio di riforme nello sport?
Sarebbe un errore di miopia politica considerarlo un traguardo: è solo il fischio d’inizio. San Marino aderisce già a tutti i principali protocolli internazionali, ma stiamo portando avanti una stagione di riforme senza precedenti. Penso all’introduzione del Daspo, alla normativa sulla sinergia tra pubblico e privato per il finanziamento dell’impiantistica e degli eventi già depositata, così come il cosiddetto ‘Co.Co.Sport’, un contratto che finalmente governerà in modo trasparente chi lavora nello sport senza altre tutele. Guardiamo dunque con rinnovata fiducia alla nuova Legge sullo Sport che depositeremo nei prossimi mesi. Il nostro obiettivo è un’integrità totale del sistema.