Musica

“Amici è stata la prima cosa che ho portato a termine nella mia vita. Mai stato pronto ad accettare consigli. Oggi c’è molto arrivismo: siamo passati dalla civiltà della vergogna a quella della svolta. Un macello”: Briga live a Milano

Poco prima dell’inizio del concerto il cantante, a FqMagazine, ha raccontato la sua partecipazione ad Amici 14, il perché ha deciso di rimanere indipendente e cosa lo spaventa di più, ora che è diventato papà

di Andrea Bressan
“Amici è stata la prima cosa che ho portato a termine nella mia vita. Mai stato pronto ad accettare consigli. Oggi c’è molto arrivismo: siamo passati dalla civiltà della vergogna a quella della svolta. Un macello”: Briga live a Milano

“Non mi sembra vero di aver fatto due concerti in un anno, a Milano, dopo che ne ho passati cinque a guardare il soffitto”, ha detto Briga durante il suo live ai Magazzini Generali di ieri sera, lunedì 4 maggio. La data meneghina ha chiuso il suo “Sentimenti Club Tour”, iniziato nel 2025. Il cantautore romano è salito sul palco attorno alle 22:00, preceduto da tre opening act di artisti emergenti: Cecilia’s, Syria e Druido. Lo show è stato articolato in momenti diversi: una prima parte rock, ricca di assoli strumentali. Poi spazio al rap, che ha reso omaggio alle origini dell’artista ed ha riproposto le hit che più lo hanno reso celebre. “Non vi abituate mai a vedere la gente con le sequenze (le basi preregistrate, ndr), che non suona”, ha raccomandato Briga dopo aver cantato “Benvenuta”. E ancora: “Sono vestito da rapper ma non ho fatto un concerto da rapper”.

Terminata la sezione urban, l’artista ha proposto il suo lato più pop concludendo, poi, con un intimo segmento acustico. Briga ha suonato assieme alla sua band formata da Fabrizio Dottori (sequenze, tastiere, sassofono), Mario Romano (chitarra acustica e chitarra elettrica) ed Alessandro De Angelis (batteria e percussioni). Uno dei momenti più teneri ed emozionanti dello show è stato sentire “Allegra” per la prima volta. “È un brano speciale per me perché è la più bella dedica che ho fatto alla persona che mi è più importante al mondo. Scusami amore se ti ho sostituita (ride, riferendosi alla compagna, Arianna Montefiori, ndr): sto parlando della canzone per mia figlia, Allegra, che sta qua dietro nel backstage. Sta già sta respirando l’aria della musica, quella vera, dell’autoproduzione, di quella che non scende a patti e compromessi, che è quella del padre”, ha dichiarato l’ex concorrente di Amici.

Poco prima dell’inizio del concerto Briga, a FqMagazine, ha raccontato la sua partecipazione ad Amici 14, il perché ha deciso di rimanere indipendente e cosa lo spaventa di più, ora che è diventato papà.

Hai partecipato ad Amici 14. Che ricordo hai del programma?
È stata la prima cosa che ho portato a termine nella mia vita dalla “A alla Z”. Ho un bellissimo ricordo del programma, di tutta la produzione, di Maria De Filippi che, ancora oggi, continuo a sentire. È stata una delle esperienze più formative della mia vita.

Qual è il consiglio di un giudice che, ancora oggi, custodisci?
Non sono mai stato una persona pronta ad accettare consigli, però Maria De Filippi è stata forte perché ha saputo aspettare i miei tempi. Mi ha detto poche cose, che però mi hanno sempre fatto ragionare: ho cercato di non deluderla e di dare retta alle sue parole. È una che non parla tanto, ma quando lo fa è perché ti vuole bene. Amici è stata un’esperienza che mi ha fatto capire che bisogna saper comprendere quando ascoltare le persone.

Come hai vissuto il post-Amici?
Il percorso che c’è dietro la partecipazione ad un talent è fondamentale e rispecchia l’educazione che ricevi, la vita e le esperienze che accumuli prima di entrare in un programma. La popolarità non deve essere mai il fine, perché la notorietà è il risultato di un percorso svolto in maniera seria e, soprattutto, con della buona musica. Purtroppo, a livello sociale, c’è un’incomprensione generale: tanti ragazzi pensano che la popolarità sia l’ambizione massima quando, invece, non è così. L’ambizione massima deve essere il percorso e la musica: se fai bene entrambe le cose, allora, diventi famoso.

Che ruolo svolge la televisione?
La tv può farti diventare famoso per un periodo di tempo limitato perché, poi, c’è un ricambio. Quindi se non sei bravo, se non hai una struttura dietro, e se non hai anche una preparazione psicologica per fronteggiare, soprattutto, i momenti bui, rischia di essere inutile il fatto che un artista abbia avuto un’esposizione mediatica così forte. Ma questo non è stato il mio caso.

Sei un artista indipendente: come mai questa scelta?
Mi piace come cosa e, poi, è anche una questione di necessità dato che, ultimamente, non sono molto ambito dalle maggiori discografiche. E quindi mi ambisco da solo.

Hai proposto il brano “Sognatori” per Sanremo 2026, ma non è stato selezionato. Ritenterai in vista del prossimo Festival?
Penso di sì, anche perché quest’anno sono stato un po’ nell’aria ed è una cosa fondamentale quando fai questo lavoro. Ho messo la pulce nell’orecchio a qualcuno ed ho ricevuto tante telefonate da persone che non mi avevano mai chiamato prima.

Hai avuto modo di interfacciarti con Stefano De Martino per qualche chiacchiera preliminare su un tuo brano da presentare?
No, perché non sono uno che manda gli “avvisi” quando ha la canzone. Mando la traccia e, dovesse meritare, verrà presa.

Come si può essere “sognatori” nel mondo di oggi?
Ti devi un po’ distaccare da quello che è il diktat generale, anche a livello tecnologico. Perché la tecnologia non ti fa sognare, ti schiaccia in questo momento e, quindi, devi ritornare alle origini. Un sognatore fa le cose da sé: insegue il suo sogno con le proprie forze e quindi, nel mio caso, scrivo, vivo, provo, cancello, straccio il foglio e riscrivo da capo. Questo è ciò che mi rende più entusiasta della mia vita, perché faccio le cose da solo.

Da indipendente, è più complessa la gestione amministrativa e finanziaria dell’etichetta?
Se sto qua vuol dire che in qualche modo gira (ride, ndr). Però, più che a livello economico, è un impegno mentale perché ci sono tante cose da tenere sotto controllo. Ma sono nato per fare questo: se dovessi solo limitarmi a fare l’artista e cantare le canzoni, oggi, sarei arrivato ai Magazzini Generali alle 21:50 e mi sarei rotto i cogl***i tutto il giorno. Invece sono contento perché ho fatto una bella giornata di lavoro.

Con tua moglie, Arianna Montefiori, hai provato ad avere figli per molto tempo, senza però riuscirci. Come avete fatto, con le difficoltà e i dispiaceri, a rimanere comunque uniti?
Ci amiamo, ci supportiamo a vicenda e siamo un bastone che si alterna: quando uno si sente un po’ fiacco c’è una mano da parte dell’altro che si tende. Si cammina insieme.

“Poi piango l’inferno sopra il tuo cuscino e faccio la guerra al mio me da bambino”: perché?
Questa è una cosa estremamente autobiografica. È capitato che, a volte, mi addormentassi piangendo vicino a mia moglie. Perché, magari, avevo fatto festa la sera con gli amici e, poteva succedere, di avere un po’ un’alterazione delle emozioni.

È ancora tabù pensare ad un uomo che piange a fianco della compagna?
Io non mi vergogno a dirlo. Non ho tabù, sono un essere umano e penso che tutti siamo più o meno uguali nell’esternare le nostre emozioni. Mi piaceva scrivere questa cosa perché è estremamente vera. E, ognuno di noi, per andare avanti con serenità, deve fare pace con il proprio passato.

In “Allegra dici “Ho scritto ‘ti amo’ sopra un muro nei corridoi dell’ospedale e prima che venissi al mondo già mi volevano arrestare”: ovvero?
Questa è un’immagine che ho di quando sono andato a vedere la nascita di mia sorella più piccola, che ha dieci anni in meno di me. In questo ospedale molto vecchio, ma importante di Roma, il reparto maternità era pieno di scritte sui muri della gente, in corridoio, che aspettava nascessero i bambini. Mi sono immaginato che il giorno del parto avrei scritto sul muro “Allegra ti amo” e che poi, il primario, mi avrebbe beccato e rimproverato. Ma così non è stato anche perché l’ospedale è nuovo di zecca e non mi sono permesso di imbrattare i muri. Anzi, mi sono limitato ad esplodere in un pianto liberatorio abbracciando mia figlia e dormendo in ospedale in maniera molto educata.

Cosa ti spaventa di più dell’essere genitore?
La società mi spaventa molto perché non ha ideali, mentre io campo di valori e di cose che ritengo giuste. Sono una persona leale, mentre la società non lo è. Non lo era nemmeno prima però, adesso, è peggiorata.

Perché?
C’è molto arrivismo. Siamo passati dalla civiltà della vergogna alla civiltà della svolta, ed è un macello. In questo caso, il lavoro da genitore è quadruplicato perché devi spingere ancora di più per fare in modo che, alla persona che cresci, vengano passati determinati concetti. Anche perché non è che staremo tutta la vita con lei: c’è una vita che va oltre l’essere genitore. C’è la scuola, ci sono le amicizie e ci sono i social. Il contatto con la tecnologia per me è una tragedia e cercherò di rimandarlo il più avanti possibile.

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