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Chivu: “Qualche anno fa ho dovuto parlare con me stesso per una questione di vita o di morte. Lì ho perso l’ego”

Il tecnico racconta la sua filosofia dopo la vittoria dello scudetto con l'Inter: la gestione del gruppo "a modo mio" e il suo carattere "atipico"
Chivu: “Qualche anno fa ho dovuto parlare con me stesso per una questione di vita o di morte. Lì ho perso l’ego”
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“È giusto che i ragazzi si godano la festa e l’affetto dei tifosi. Questi giocatori se lo meritano. Io sono andato nello spogliatoio a fumarmi una sigaretta…”. Cristian Chivu racconta così le sue emozioni dopo la vittoria del 21esimo scudetto dell’Inter, il suo primo da allenatore. Aveva fatto lo stesso dopo il Triplete: mentre gli uomini di Mourinho all’alba festeggiavano in un San Siro gremito, Chivu era tornata nella sua terrazza di casa. Una birra e quel vizio da soddisfare, per fermarsi e assaporare l’impresa appena compiuta. Nel momento della festa, Chivu preferisce l’intimità lontano dai riflettori. Fa parte del suo carattere e della sua tempra: “Umanamente sono atipico”, dice di se stesso.

Il tecnico rumeno non vuole prendersi la scena. In conferenza stampa, dopo la festa sul prato del Meazza, sceglie di far parlare i suoi collaboratori e si mette di lato: “Lascio spazio a loro perché se lo meritano”. Vuole essere il condottiero ma non il frontman, nonostante tutti gli riconoscano un’impronta indelebile su questa Inter campione d’Italia. Semmai, le sue parole sono per difendere i suoi uomini: “Sono felice per questo gruppo, i ragazzi, la società, questi tifosi meravigliosi che ci hanno sostenuto dall’inizio e hanno dovuto subire la narrativa dell’anno scorso e lo sfottò di chi ha cercato sempre di denigrare questa società. I ragazzi sono stati bravi a rimboccarsi le maniche, a rinascere e a trovare la motivazione giusta per fare una stagione competitiva. Ce l’hanno fatta e sono contento per loro, questa è una pagina importante di questa gloriosa società”, dice a Dazn.

Dopo i sassolini, c’è spazio anche per qualche sorriso: “Ero più giovane, ora ho i capelli corti e sono più bianco. Ma sono felice lo stesso come quando ho vinto da giocatore, il merito è di questi ragazzi meravigliosi”, aggiunge Chivu. Che poi torna serio quando gli viene chiesto come mai non voglio prendersi meriti e complimenti: “Qualche anno fa ho dovuto parlare con me stesso per una questione di vita o di morte. Io lì ho perso l’ego e ora cerco di essere sempre la mia migliore versione, di aiutare i ragazzi che a volte hanno bisogno del bastone, a volte della carota“.

C’è tanto dell’empatia di Chivu in queste parole. Un allenatore che – al di là delle novità nel gioco – è riuscito soprattutto a ricompattare un gruppo sfibrato dalla stanchezza e dalle sconfitte, a cancellare le tossine dei passi falsi che ci sono stati anche nel corso di questa stagione: “Cerco di capire i momenti per l’esperienza che mi sono fatto in certi spogliatoi nella gestione del gruppo, provando a non fare gli errori che ho subito da giocatore”, spiega il tecnico. “Mi sono proposto di fare l’allenatore a modo mio, cercando di essere sempre empatico e umano senza pensare al consenso di quelli fuori. Penso a chi mi vuole bene e a dare il massimo per la società e i tifosi. Non penso ad altro, so cosa vuol dire fare l’allenatore; magari fra un mese sarò in discussione, ti metti sempre a rischio ma devi accettarlo col sorriso. Con la consapevolezza che a volte le cose non vanno bene ma devi fare sempre del tuo meglio”.

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