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Caso Minetti, Cipriani: “Su Nicole dette falsità per invidia, chiederemo i danni. Le squillo? Nel mio ranch feste normali”

L'imprenditore si sfoga al Corriere: "L'Italia è un Paese di invidiosi, si cerca il male pure dove non c’è. Lo spiegherò a mio figlio quando sarà grande". Ma non smentisce gli scoop del Fatto
Caso Minetti, Cipriani: “Su Nicole dette falsità per invidia, chiederemo i danni. Le squillo? Nel mio ranch feste normali”
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La polemica sulla grazia “ha distrutto Nicole. Lei è una madre fantastica, che sta facendo il suo dovere di mamma e crescendo questo figlio in maniera speciale. Ma dall’Italia le è stato davvero gettato addosso un mare di merda. Notizie false”. Giuseppe Cipriani, l’imprenditore compagno di Nicole Minetti, sfoga in un’intervista al Corriere la sua rabbia per il caso sollevato dal Fatto, che ha raccontato tutte le incongruenze della narrazione sulla “nuova vita” con cui l’ex regina delle notti di Arcore – condannata a tre anni e 11 mesi per favoreggiamento della prostituzione e peculato – ha convinto il presidente della Repubblica Sergio Mattarella a concederle la clemenza. “Credo che neanche lui s’aspettasse una simile gogna mediatica. Non lo conosco, anche se mi piacerebbe: vorrei dirgli un grande grazie e che mi spiace sia successo tutto questo, solo per un suo atto d’amore“, dice Cipriani in riferimento al capo dello Stato. E minaccia cause: “Credo che bisognerà trarre delle conclusioni e agire, quando le cose si saranno calmate. Chiederemo i danni. Dare la notizia va benissimo, ma qui si urla al vento per cose che non esistono”.

Nel merito, però, il figlio del patron dell’Harry’s Bar (celebre locale di lusso a Venezia) non smentisce nulla di quanto scritto dal nostro giornale. A partire dal fatto che il bimbo adottato dalla coppia, gravemente malato e presentato nell’istanza di grazia come “abbandonato alla nascita”, in realtà avesse due genitori vivi e identificati, a cui la potestà è stata avocata solo nel 2023 all’esito di una causa intentata da lui e Minetti. “Sapevamo della madre naturale, che peraltro non c’è mai stata: è una poveretta accusata d’omicidio e spaccio, faceva la prostituta. E drogandosi durante la gravidanza, ha causato la malattia del bambino”, si limita a dire Cipriani, lamentandosi del fatto che l’adozione sia stata definita “illegale” (da chi?). Nessuna smentita anche sul fatto che il piccolo fosse stato per due anni in pre-adozione presso un’altra famiglia uruguaiana, a cui poi fu sottratto per affidarlo alla ricca coppia italiana: “Che devo dire? Probabilmente, s’è creato un legame maggiore con noi che con l’altra famiglia”, risponde. In una sorta di excusatio non petita, poi, precisa che “l’Uruguay non è un Paese delle banane“, ma “un posto serio dove vengono fatte le cose seriamente”. E i soldi “non servono a niente, anzi: è un Paese socialista, certe cose non si comprano”.

La risposta è evasiva anche sul “Gin tonic ranch”, la villa-bunker di Cipriani in Uruguay dove, come ha raccontato Thomas Mackinson sul Fatto, andavano in scena festini popolati di squillo, anche minorenni, selezionate da Minetti in persona. “È una casa normalissima, dove ricevo ospiti da trent’anni. Ci son passati tutti: bambini, attori, persone comuni, amici. Facciamo le feste? Vada su Instagram: le foto in cui son tutti vestiti in bianco, sono immagini di un normale Capodanno”. Nega di essere stato in rapporti d’affari con Jeffrey Epstein, il finanziere pedofilo al centro del più grande scandalo sessuale della storia: “Non mi ha mai fatto un finanziamento. Mai. Voleva investire in un nostro locale, vent’anni fa a Londra, ma non se ne fece niente. Anche quella è una grandissima balla, basta andare anche sugli Epstein files e vedere: c’è una corrispondenza fra avvocati suoi e miei che poi non s’è conclusa. Nei nostri ristoranti serviamo sette milioni di persone, delinquenti e presidenti, e ci veniva anche Epstein. Ma non è mai stato mio socio. Tra l’altro, non m’è mai stato neanche molto simpatico”.

Sulle ragioni per cui la compagna ha sostenuto di non poter scontare la pena ai servizi sociali, l’imprenditore ripete che il bimbo “doveva essere monitorato personalmente da lei: se avesse avuto l’affidamento in prova, non sarebbe potuta andare all’estero, né stare con suo figlio. Noi lo portiamo a Boston ogni sei mesi per i controlli, in Italia non abbiamo strutture all’altezza”. Nell’istanza di grazia era scritto che la soluzione estera era stata consigliata dagli specialisti degli ospedali di Padova e San Raffaele di Milano: entrambe le strutture hanno smentito, ma su questo a Cipriani non vengono fatte domande. In compenso, l’intervistatore chiede “cosa l’abbia ferito di più”. E qui la risposta è pronta: “L’invidia. Che nel nostro Paese, purtroppo, non ci permette di crescere. L’Italia “è un Paese d’invidiosi, si cerca sempre il male pure dove non c’è. A mio figlio, quando sarà grande, spiegherò che questa schifezza è stata solo una storia d’invidia. Il male peggiore”.

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