Spesa militare mai così alta, Vignarca: “I governi riflettono gli interessi del complesso militare industriale”
“I dati Sipri sono sempre molto utili a capire il trend di spesa militare globale. Questi del 2025 ci portano su un altro livello rispetto agli anni precedenti. E non è finita: dobbiamo aspettare il vero salto di qualità e le conseguenze che nasceranno da queste ultime guerre e da questo mondo sempre più armato. E se guardiamo a Usa, Russia, Cina, ma anche all’Europa, quello che vediamo è che sempre più i leader mondiali si stanno infilando nella trappola del riarmo, della corsa agli armamenti e non stanno capendo che invece tutto questo ci porta verso un mondo sempre più in conflitto”. Francesco Vignarca, coordinatore delle Campagne di Rete pace e disarmo è convinto che bisogna “invertire i fattori”: ci troviamo in una situazione di tensione mondiale mai così alta negli ultimi 50 anni proprio perché aumenta la spesa globale in armamenti e solo perché, come durante la Guerra Fredda, si è tornati a pensare che la sicurezza sia data solo da un rafforzamento militare, quando invece questo non sta avvenendo”, spiega Vignarca.
Gli Stati Uniti sembrano in flessione sugli investimenti bellici, ma non per il 2026 dato che sappiamo che Trump ha approvato una spesa militare fino a 1.500 miliardi di dollari. Eppure sostiene che non sarà per la Nato.
Il dato degli Stati Uniti è legato a delle contingenze particolari. Hanno congelato un po’ di aiuti all’Ucraina, c’è stato il cambio di amministrazione da Biden a Trump, loro hanno un anno fiscale che parte da ottobre. Non lo vedrei come dato strutturale, sia per gli annunci di Trump stesso, adesso vedremo se il Congresso voterà quello che lui richiede, sia perché anche la sola guerra in Iran comporta un aumento della spesa. Ricordiamoci che il Pentagono aveva chiesto 200 miliardi di dollari solo per questa guerra. È chiaro che non saranno destinati alla Nato, non è quella la prospettiva che Trump ha in mente: la sua è una prospettiva di potenza diretta, che va a supportare una delle sue basi di consenso, quello del complesso militare industriale. Quindi è ovvio che questo deve far riflettere anche i paesi europei, devono capire che tipo di strutturazione vogliono, non si può continuare a far finta che la Nato sia davvero un’alleanza. Credo che l’Ue dovrebbe farsi una domanda, a cui non può rispondere “aumentiamo, aumentiamo i soldi per le armi” o come la Germania che sfrutta questa cosa per dire che nel 2039 vuole avere l’esercito più potente dell’Europa tra l’altro con un centenario non banale in vista.
A colpire dei dati Sipri è l’incremento della spesa italiana: più 20% sul 2024. Dove abbiamo trovato questi soldi se il ministro dell’Economia sostiene che non ci sia più da spendere?
Il dato dell’Italia secondo me è un po’ falsato da quello che anche come osservatorio Milex abbiamo descritto come un “trucco contabile”. Sappiamo che l’Italia, se avesse continuato a conteggiare le spese militari nella maniera con cui ha sempre fatto, con i dati strutturali che ha sempre avuto, sarebbe stato poco sopra l’1,5% del Pil. In questo modo, cambiando invece, considerando all’interno della spesa militare, tutta una serie non trasparente, non indicata di spese fantomatiche per la sicurezza (spese che non erano mai state accettate dalla Nato nel conteggio e che invece adesso la Nato ha accettato proprio perché, come abbiamo sempre detto, quello del 2% non è una reale richiesta tecnica, militare, concreta, derivante da necessità operative, ma è solo un livello più alto di quello che si spende adesso per obbligare o per giustificare l’obbligo e l’aumento di spesa militare). Quindi la Nato l’ha accettato perché in questo modo l’Italia si è messa in un percorso comunque di crescita piccolo, meno strutturato, meno robusto di quello della Germania, perché i soldi noi non ce li abbiamo, ma c’è. Non dobbiamo farci trarre in inganno sulla dimensione dell’aumento, ma non dobbiamo nemmeno farci trarre in inganno credendo che non ci sia nessun aumento. C’è e soprattutto l’Italia lo sto preparando.
Interessante anche il dato della crescita spagnola: in controtendenza rispetto al “pacifismo” proclamato dal governo Sanchez.
Sì, colpisce il dato spagnolo, ma bisogna pensare che Sanchez non ha mai detto di non voler aumentare le spese per il suo Paese, ma che non lo avrebbe fatto in ambito Nato su richiesta Usa. Anche Sanchez non è un leader del tutto pacifista e anche in Spagna c’è la pressione del comparto militare-industriale. Solo che la sua logica è inquadrare la spesa e non inserirsi in una logica del tutti contro tutti.
Come Rete Pace e disarmo cosa chiedete al nostro governo e a quelli di tutto il mondo? Il sogno pacifista ormai si può dire minoritario?
Io non credo che il sogno pacifiste disarmista o di una politica non violenta sia minoritario. Nel mondo è minoritaria solo una politica sempre più fragile che non riflette la volontà dei popoli che invece vorrebbero costruire il proprio futuro non sulle armi ma sulla cooperazione, sulla vita e sui diritti per tutti. Il problema è che appunto i governi riflettono le posizioni degli interessi del complesso militare industriale finanziario, degli interessi di una politica di vantaggio diretto per queste élite internazionali e transnazionali che non puntano nemmeno più a un’egemonia per il proprio popolo: guardate Trump stesso ma guardate anche Putin che cercano sempre scelte di vantaggio personale e di gruppo, direi proprio di cricca. Quello che chiediamo noi all’interno delle campagne globali contro le spese militari che quest’anno non hanno più, in un certo senso o paradossalmente, la necessità di far capire che la spesa militare è in aumento, ormai è una notizia acquisita ma che c’è un’alternativa. C’è bisogno di far capire che questa chiamata all’azione contro le spese militari è una questione collettiva che ci riguarda tutti e riguarda il nostro futuro. Le spese militari non ci renderanno più sicuri. Le politiche militariste, come già detto, sono state messe alla prova. Il risultato è sempre stato guerra, repressione, sfiducia arretramento economico e aumento delle disuguaglianze. Chiediamo un’urgenza: disarmo globale soprattutto per la riduzione di arsenali nucleari e dei fondi destinati; dobbiamo chiedere che i governi diano priorità alla pace, alla giustizia, rispetto ai profitti delle aziende o di pochi. La necessità è quella di sviluppare anche quadri di sicurezza internazionale e regionali nuovi, fondati sui principi di sicurezza comune, che è l’unica possibile. In questo ambito noi abbiamo chiesto da tempo la convocazione di una quarta sessione speciale sul disarmo alle Nazioni Unite.