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“Mi hanno puntato una pistola alla tempia. La morte? La penso costantemente. Immagino il paradiso come un hotel a 5 stelle dove incontri Hitler e Stalin”: così Giacomo Poretti

In una lunga intervista al Corriere della Sera, il comico ripercorre la sua vita: la folgorazione per Aldo e Giovanni, il segreto di "Tre uomini e una gamba" e l'amore per la moglie Daniela

di Redazione FqMagazine
“Mi hanno puntato una pistola alla tempia. La morte? La penso costantemente. Immagino il paradiso come un hotel a 5 stelle dove incontri Hitler e Stalin”: così Giacomo Poretti

Alla soglia dei suoi settant’anni, Giacomo Poretti sceglie di rivelare un segreto che ha custodito per mezzo secolo. Lo fa in un’intervista ad Aldo Cazzullo sulle pagine del Corriere della Sera, ed è il racconto di un momento in cui ha letteralmente guardato in faccia la morte. Avvenne a Villa Cortese, il suo paese natale, quando aveva poco meno di vent’anni ed era attivamente impegnato in politica a sinistra (militò anche in Democrazia Proletaria, scoprendo anni dopo di essere stato nello stesso gruppo dell’ex ministro leghista Roberto Maroni). In piazza c’era un gruppo di una trentina di militanti. Un ragazzo di passaggio, ex compagno di scuola di Giacomo, rivolse loro un gesto ingiurioso, ricevendo in cambio un insulto.

“Quello torna indietro, mi grida: “Ripeti quello che hai detto!”, tira fuori una pistola e me la punta alla tempia“, confida Poretti al Corriere. L’istinto di sopravvivenza scattò in una frazione di secondo: Giacomo fece per disarmarlo, ma l’aggressore fuggì. “Non l’ho mai raccontato, perché mia madre sarebbe morta di paura. Ora che non c’è più, posso dirlo. Erano anni un po’ così”. Una fase di passione politica e tensioni sociali che per lui si chiuse definitivamente il giorno del rapimento di Aldo Moro: vedendo gli autonomi a volto coperto in piazza Duomo a Milano, realizzò che “con la violenza non si cambia il mondo, anzi lo si peggiora. Da lì cominciò un’altra vita”.

Il pensiero della morte e un Paradiso a “cinque stelle”

Proprio per averla sfiorata da giovane, o forse per un’inclinazione naturale, Giacomo non ha mai smesso di interrogarsi sulla fine dell’esistenza: “Il mistero mi angoscia da sempre”, ammette con estrema lucidità. “La morte mi ha sempre tenuto compagnia, la penso costantemente. Direi una bugia se dicessi che non mi spaventa; ma sono anche curioso”. Una curiosità che, unita a un profondo percorso di fede ripreso in età matura, lo ha portato persino a scrivere un libro dedicato a immaginare l’aldilà. E il Paradiso secondo Poretti mescola poesia e ironia: “Potrebbe essere come un hotel a 5 stelle: arrivi, ti portano in una grande stanza con miliardi di persone, tutte davanti al computer. Schiacci play e ti rivedi tutta la tua vita; tanto non c’è il problema del tempo. È un luogo dove tutti si ritrovano: incontri Hitler, incontri Stalin, incontri quelli che ti hanno fatto uno sgarbo”. Per lui, il momento più bello da rivivere sarebbe il primissimo ricordo d’infanzia: lui a un anno e mezzo, in braccio alla nonna, a guardare i cigni sul lago di Zurigo.

La folgorazione per Aldo e Giovanni e il boom al cinema

La vita che Giacomo scorrerebbe su quel computer immaginario è fatta di tanta gavetta. Prima di calcare i palcoscenici, è stato operaio metalmeccanico (perdendo parte dell’udito a causa delle saldatrici, proprio come la madre tessitrice) e poi infermiere caposala. L’esordio a teatro fu disastroso: una recita manzoniana bersagliata dai petardi del pubblico e sfociata nel fallimento della compagnia. La vera svolta avvenne in un villaggio vacanze in Sardegna, dove lavorava come capovillaggio. Lì rincontrò un duo comico chiamato “I Suggestionabili”, che lo aveva già colpito nei locali milanesi. Erano Aldo Baglio e Giovanni Storti. Le dinamiche tra i due erano già surreali: “Aldo faceva l’accento emiliano, era talmente brutto da vedere che il pubblico si vergognava, non osava neanche insultarlo. Giovanni gli saltava in braccio, Aldo lo cacciava via e Giovanni gli piantava un chewing-gum sulla chierica, mettendoci una bandierina e proclamando: “Ho scalato il Machu Picchu!”. Pensai: io con questi due geni voglio lavorare”. E i retroscena di quegli anni nascondono anche insospettabili comparse: il loro tecnico delle luci dell’epoca, ad esempio, si chiamava Stefano Belisari, in arte Elio (delle Storie Tese).

Il successo travolgente arrivò con il cinema e Tre uomini e una gamba. L’establishment romano li considerava intrusi e la casa di produzione Medusa non ci credeva, distribuendo la pellicola sotto Natale in sole 47 copie. I cinema dovettero moltiplicarle a dismisura. Il segreto di quel capolavoro generazionale? “L’improvvisazione. Pochissima scrittura”, rivela Giacomo. Un metodo che il trio ripeterà questa estate, tornando sul set per un nuovo film in uscita a Natale. Così come casuale e geniale fu la genesi di Tafazzi, una figura nata per fare la parodia di un supereroe. Giacomo indossò un sospensorio inguinale e iniziò a percuotersi con una bottiglia di plastica. Un gesto comico che Walter Veltroni elevò a simbolo dell’autolesionismo della sinistra italiana. “Con Aldo e Giovanni mi vanto: io sono finito nel dizionario, voi no… Hanno persino scoperto una proteina che causa una malattia cardiaca e l’hanno chiamata tafazzina. Il masochismo per una volta aveva pagato”.

Gli amori, da Marina Massironi a Daniela

Accanto alla carriera, c’è la solidità degli affetti. Fondamentale, agli esordi, fu il rapporto con Marina Massironi, co-protagonista dei primi successi. I due si sposarono nel 1985; un matrimonio breve, la cui rapida conclusione permise però a entrambi di sviluppare un eccezionale sodalizio artistico. Ma la vera rivoluzione personale porta il nome di Daniela Cristofori. “L’ho conosciuta nel ’99: un’altra svolta della mia vita. Ci siamo sposati nel 2002, e nel 2006 è nato nostro figlio Emanuele: io avevo 50 anni, lei 40“. È con Daniela che Giacomo ha ritrovato la fede ed è con lei, insieme ad altri amici, che oggi gestisce due teatri a Milano (il Teatro degli Angeli e l’Oscar). Spazi creati per ritrovare luoghi di “inquietudine e confronto”, offrendo un’alternativa all’anima ormai puramente commerciale, tra happy hour e fashion week, della Milano contemporanea.

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