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Dichiarano guadagni da 2 mila euro al mese, sono per lo più uomini e hanno circa 32 anni: l’identikit dei 40 mila influencer italiani “ufficiali” (quasi tutti non vip)

Lontani dal glamour e dalle cifre milionarie delle celebrità del web, i content creator italiani formano un esercito di giovani professionisti (per lo più uomini) ancora in cerca di una vera identità fiscale. Il focus sui micro-influencer, i social preferiti e i marchi che investono di più

di Redazione FqMagazine
Dichiarano guadagni da 2 mila euro al mese, sono per lo più uomini e hanno circa 32 anni: l’identikit dei 40 mila influencer italiani “ufficiali” (quasi tutti non vip)

Se il termine “influencer” evoca nell’immaginario collettivo vacanze da sogno in resort a cinque stelle e cachet stellari per un singolo post, la realtà economica del settore in Italia impone una drastica ricalibrazione delle aspettative. Nel nostro Paese ci sono registrati circa 40mila professionisti del web, ma il loro giro d’affari è decisamente più modesto di quanto i filtri social suggeriscano. Come è possibile? L’inghippo sta proprio nella precisazione “registrati”: questa analisi, infatti, tiene conto solo di quei creators digitali che si sono iscritti e hanno regolamentato la propria professione con il nuovo codice Ateco.

A tracciare una radiografia del panorama digitale italiano è un recente studio condotto da Fiscozen (società tecnologica specializzata nella gestione delle Partite Iva) e dalla piattaforma globale Kolsquare. Come riportato dal “Corriere della Sera“, i dati sfatano molti miti, rivelando un settore in forte espansione ma ancora strutturalmente acerbo e segnato da profonde disparità, anche perché la maggior parte dei “vip” più popolari sui sociale e riconosciuti come “influencer” qui non compaiono.

Identikit del creator: 32 anni, in prevalenza uomo e con il “gender gap”

Chi è l’influencer italiano medio? I dati delineano il profilo di un trentaduenne, nel 66% dei casi di sesso maschile. Il dato che fa più riflettere, tuttavia, è quello economico: nel 2025, il fatturato annuo medio si è attestato a 24.038 euro. Si tratta di un lieve miglioramento (+11,8%) rispetto all’anno precedente, ma resta una cifra che inquadra questa professione più come un lavoro ordinario (o una solida entrata secondaria) che come un trampolino per la ricchezza assoluta.

Purtroppo, anche nel mondo digitale persiste una evidente disparità di genere nei compensi. Mentre gli uomini registrano ricavi medi intorno ai 26.237 euro annui, le donne si fermano a 21.840 euro. Un dettaglio fiscale significativo evidenzia però chi fa di questa attività la propria unica fonte di sussistenza. Da aprile 2025 esiste un codice Ateco specifico per la categoria (il 73.11.03), creato per inquadrare fiscalmente chi influenza le community a scopo commerciale. Ebbene, appena il 2,5% dei 40mila professionisti lo ha adottato. Chi lo ha fatto, dimostrandosi un creator “puro”, vanta fatturati nettamente superiori alla media, superando i 34.500 euro annui.

Il potere della nicchia: quando i piccoli numeri generano fiducia

La stragrande maggioranza dell’ecosistema non è composta dalle “celebrity” seguite da milioni di persone, bensì da figure che presidiano specifiche nicchie di mercato. Ben il 74% degli influencer italiani rientra nelle categorie “nano” (tra i 1.000 e i 10.000 follower) e “micro” (dai 10.000 ai 100.000 seguaci). È proprio in questi segmenti che si nasconde il vero valore commerciale: il tasso di interazione (engagement). I nano-influencer vantano un tasso del 7,7%, mentre i micro si assestano sul 4,6%. Questo dimostra che i brand non cercano più solo la platea sterminata, ma una connessione autentica e fiduciaria con il pubblico. Gli argomenti più redditizi? Al primo posto ci sono le relazioni personali (25,8%), seguite da moda (22,8%), fitness e sport (21,1%) e il sempre florido settore della ristorazione e del cibo (12,9%). Sorprendentemente, la pubblicità nuda e cruda occupa uno spazio marginale. Solo il 3,1% dei contenuti pubblicati online è frutto di una collaborazione a pagamento. Tutto il resto del lavoro (che si svolge per l’83,6% tramite le Storie di Instagram) serve unicamente a fidelizzare l’utenza e a mantenere vivo il legame quotidiano.

Le preferenze dei brand e i colossi dello shopping

Quando le aziende decidono di aprire il portafoglio, sanno esattamente dove guardare. Instagram mantiene un dominio assoluto, attirando il 93% degli investimenti promozionali, tallonato da TikTok (79%) e, a maggiore distanza, da YouTube (69%). All’apice della piramide dei guadagni restano i cosiddetti “mega-influencer” (oltre un milione di follower), che in media chiudono più di 50 contratti di sponsorizzazione ogni anno. Tra i marchi più aggressivi sul mercato digitale spiccano i colossi del fast fashion e del benessere. L’azienda cinese Shein guida la classifica con numeri impressionanti: oltre 41mila contenuti sponsorizzati e più di mille creator contrattualizzati nel nostro Paese. A seguire, si piazzano brand come Prozis, YesStyle, Temu e Koro. Da notare, infine, un’anomalia statistica estremamente interessante per gli investitori: sebbene la media delle interazioni per un post sponsorizzato si fermi al 3,9%, il settore del turismo riesce a generare un’attenzione altissima, toccando picchi di engagement del 19,2%.

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