Meloni voleva mandare in Albania 36mila migranti l’anno, oggi brinda agli 83 rimpatri totali. Altro che “pieno regime”: ecco perché il sistema non funziona
Nel centro per migranti di Gjader, in Albania, non è cambiato nulla. Vuota l’area che avrebbe dovuto ospitare fino a ottocento richiedenti asilo perché il progetto originale resta incompatibile col diritto Ue. Totalmente inutilizzato il carcere da trenta posti: un solo detenuto per un solo giorno. Infine, il centro per il rimpatrio: un’ottantina di stranieri prelevati dai Cpr in Italia. Persone che, anche in caso di espulsione, vanno prima riportate in Italia: una gita inutile e costosa. Proprio come quella dei parlamentari di Fratelli d’Italia, che hanno appena visitato la struttura per dire che va tutto alla grande nonostante la magistratura che non vuole farli lavorare. La Verità ha titolato “Va a pieno regime il centro per migranti aperto in Albania”. Giovanni Donzelli, responsabile dell’organizzazione del partito, ha spiegato di esserci andato per “smentire la narrazione falsa e distorta delle sinistre”. Immancabile l’alibi preferito da Giorgia Meloni e rilanciato da Libero: tra i deportati ci sono “stupratori, ladri e assassini”. Oltre alla storia dell'”avanguardia d’Europa” ripetuto dalla responsabile immigrazione Sara Kelany anche sulle colonne del Tempo.
Partiamo da quello che il centro in Albania è tuttora: una colossale truffa agli italiani. Il primo punto che smonta la messinscena dei gitanti meloniani è proprio l’inutilità dei trasferimenti. Il centro in Albania non facilita affatto i rimpatri, che in quasi tre anni sono stati appena 83 e per eseguirli è stato sempre necessario riportare le persone in Italia: la legge non permette espulsioni dirette dall’estero. È un giro dell’oca costoso e privo di logica operativa, che serve solo a mantenere in vita una struttura che costa ben più dei cpr italiani, peraltro mezzi vuoti. Il cerchio si chiude coi dati già riportati dal Fatto: nel 2025 i rimpatri forzati sono stati meno di quelli registrati durante i precedenti governi.
Così, per difendere l’indifendibile, i fratelli d’Italia sventolano i profili criminali dei trattenuti, come se bastasse a giustificare un giro inutile in Albania. Sta l’altra parte della truffa: proprio la scelta di deportarli ha causato la liberazione di molti stranieri che, una volta lì, hanno presentato domanda di protezione. Perché se la domanda è considerata strumentale, fatta solo per evitare l’espulsione, in Italia è possibile continuare a trattenere la persona fino all’esame della sua richiesta. Portandola fuori dal territorio dell’Unione europea, l’esecutivo si è invece scontrato con il diritto comunitario: chi chiede protezione ha il diritto di attendere l’esito della domanda sul territorio dello Stato membro, principio confermato anche dalle nuove norme del Patto Ue su migrazione e asilo in vigore da giugno. Insomma, se queste persone non fossero state trasferite all’unico scopo di riempire un centro altrimenti deserto, rimanendo nei centri di Gradisca o Bari, per esempio, probabilmente sarebbero ancora lì.
“Da Gjader sono passati 536 criminali”, ha titolato il Giornale, mentre Libero ne conta 527. Cambia poco: cinquecento persone dalla firma del Protocollo tra Italia e Albania nel 2023, quando Meloni prometteva una capienza di 3.000 posti per un totale di 36 mila persone transitate all’anno. Altro che “pieno regime”, Fratelli d’Italia brinda a un fallimento nel quale se ne son viste di tutti i colori. Come l’assenza totale di motivazione nei provvedimenti di trasferimento, una violazione della procedura che ha già portato i tribunali a riconoscere risarcimenti ai migranti per lesione della vita privata e familiare. Per non parlare del fatto che la selezione delle persone da trasferire è sempre stata opaca e arbitraria, coinvolgendo addirittura quelle già precedentemente liberate per inidoneità sanitaria o per i loro legami familiari in Italia. Durante una recente ispezione a Gjader, il Tavolo asilo e immigrazione ha incontrato chi c’era già stato l’anno scorso.
Quanto alle rivendicazioni sul “modello Albania”, tanto all’avanguardia che l’Unione avrebbe lo avrebbe già adottato nei nuovi regolamenti del Patto su immigrazione e asilo, è sempre fumo negli occhi. Contrariamente a quanto sostenuto dalle testate di area, il Patto non prevede in alcun modo la creazione di centri gestiti da un Paese membro in territorio extra Ue. Il governo pretende di risolvere la questione considerando il centro albanese “zona di transito“, così da poter eseguire le procedure accelerate e ripartire col progetto originario, quello dei richiedenti asilo pescati nel Mediterraneo. Ma l’articolo 58 del nuovo Regolamento procedure dice chiaramente che le procedure accelerate di frontiera devono avvenire sul territorio dello Stato membro. La stessa Commissione Ue ha chiarito che tali zone devono trovarsi all’interno o a ridosso delle frontiere del Paese Ue. Una lettura che, se confermata dalla Corte di giustizia europea, metterebbe il centro in Albania definitivamente fuori dal diritto Ue.
La Corte è infatti alle prese coi rinvii dei giudici italiani. La Cassazione ha chiesto chiarimenti sulla compatibilità col diritto Ue del trasferimento dei migranti in un Paese terzo e sulla loro permanenza a Gjader, vista i problemi a garantire gli standard applicabili in Italia: dal diritto alla difesa legale fino alla tutela della salute. La Corte d’appello di Roma, invece, ha sollevato dubbi sulla titolarità dell’Italia a siglare il Protocollo, poiché l’accordo interviene su una materia, il diritto d’asilo, che è di competenza esclusiva dell’Unione europea. Per sostenere le ragioni del governo, l’avvocatura dello Stato ha cercato di derubricare il Protocollo a una mera questione logistica, quasi si occupasse più di brandine e fognature che dei diritti delle persone trattenute. Per scansare il problema della libertà personale, che in caso di trattamento non convalidato va riacquistata con effetto immediato, l’avvocatura ha addirittura sostenuto che i migranti, una volta cessato il trattenimento, viaggerebbero sui traghetti verso l’Italia da uomini liberi, nonostante la scorta di polizia. Una lunga, inutile, costosa e crudele arrampicata sugli specchi.