Contro il cambiamento climatico contano anche le scelte individuali: in primis, cibo e vestiti
di Matteo Pagliuso
Per lottare contro il cambiamento climatico sentiamo spesso dire che occorre un’azione decisiva dei governi mondiali, ed è del tutto vero, però non si può risolvere la crisi climatica soltanto aspettando le decisioni dei governi. È certo che settori chiavi come l’energia o il trasporto hanno bisogno di un’azione politica, ma per molti ambiti le nostre scelte individuali possono essere significative.
Una delle tante cose su cui possiamo agire è la nostra alimentazione. Infatti, promuovere i circuiti corti è una scelta ecologica perché ci permette di ridurre i tragitti percorsi dagli alimenti che mangiamo: è anche un vantaggio per i nostri agricoltori. Consumare locale significa anche consumare prodotti stagionali e dunque più ecologici.
Un altro aspetto sul quale possiamo intervenire individualmente è lo spreco alimentare. Secondo l’Osservatorio Waste Watch, in Italia si sprecano in media 554 grammi di cibo ogni settimana. Se ognuno si impegna a ridurre il suo spreco alimentare cercando di ridurlo al massimo, sarà già una buona azione ecologica e sostenibile.
Oltre all’alimentazione, il nostro modo di consumo in generale deve cambiare se vogliamo essere più sostenibili. Per esempio, cercare di comprare prodotti o vestiti di qualità o artigianali piuttosto che comprare su Temu o Shein. Il consumo di questi prodotti dell’ultra fast-fashion è in crescita, e con esso cresce il suo impatto ecologico. Per rispondere all’enorme richiesta di vestiti che si vendono su questi siti c’è per forza una grandissima produzione di vestiti e, con essa, un eccesso di produzioni, con capi invenduti che finiscono alla discarica e che sono stati dunque prodotti per niente. Visto che le tendenze sui social sono molto rapide, sono mode molto volatili – il che genera questi prodotti invenduti.
Inoltre, la maggior parte dei prodotti di fast-fashion sono composti da materie provenienti da risorse fossili, come il poliestere, che non sono rinnovabili. Secondo Greenpeace, nel 2024 sono stati gettati circa 12 chili di vestiti a persona nella sola Ue.
Oltre all’argomento ecologico riguardo al perché non si dovrebbe consumare fast-fashion, è importante ricordare che le condizioni di lavoro nelle fabbriche di produzione sono deplorevoli, con stipendi ridicoli e, secondo l’inchiesta Inside the Shein machine, con una media di 75 ore di lavoro a settimana. Non dubito del fatto che per i ceti più poveri convenga acquistare vestiti a basso costo, ma se si hanno le risorse economiche per comprare vestiti di qualità è una nostra scelta abbandonare il consumismo frenetico per un consumismo più sostenibile.
Ci sono ancora tantissimi temi su cui si potrebbe riflettere, ma ripensare già il nostro modo di alimentarci e il nostro modo di consumare è senza dubbio un buon inizio. Non si può aspettare indefinitamente che i governi agiscano, si deve già agire al nostro livello affinché le nostre azioni individuali precedano il cambiamento.