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“Il cibo industriale è davvero come una droga, attiva gli stessi circuiti cerebrali. Ma attenzione: non tutto ciò che appare ‘artigianale’ lo è davvero”: l’allarme di Franco Berrino

Zuccheri, grassi e sale calibrati al “bliss point”: Berrino spiega come il cibo industriale diventa quasi una dipendenza
“Il cibo industriale è davvero come una droga, attiva gli stessi circuiti cerebrali. Ma attenzione: non tutto ciò che appare ‘artigianale’ lo è davvero”: l’allarme di Franco Berrino
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Croccanti, dolci, sapidi al punto giusto. Si sciolgono in bocca, ma non nella memoria. E soprattutto: uno tira l’altro. Tutto questo, riferito al cibo industriale, ultraprocessato, non è una coincidenza. Inoltre, recentemente uno studio internazionale pubblicato dall’American College of Cardiology e ripreso tra gli altri dal New York Post e nella sezione salute del Wall Street Journal, ha mostrato che chi consuma più cibo ultraprocessato ha fino al 67% di rischio in più di eventi cardiovascolari. Ma il dato più inquietante è un altro: ogni porzione in più nella dieta quotidiana fa salire progressivamente il rischio. È un effetto silenzioso, cumulativo. Ed è qui che la domanda cambia: non solo cosa mangiamo, ma perché non riusciamo a fermarci. Nella serie Crude Verità, il format di TV Loft con Franco Berrino ed Ennio Battista, si entra nel cuore di uno dei fenomeni più discussi dell’alimentazione contemporanea: il cibo ultraprocessato. E si parte da un concetto poco noto al grande pubblico, ma centrale per capire tutto il resto: il “bliss point”, il punto di massima gratificazione sensoriale. È lì che si gioca la partita.

“Questi cibi attivano gli stessi circuiti cerebrali delle droghe”

Questa dichiarazione di Berrino non è una metafora. È il risultato di come questi prodotti vengono progettati: combinazioni precise di zuccheri, grassi, sale e consistenze studiate per rendere difficile fermarsi. Il problema è che non si tratta più di eccezioni. Se negli Stati Uniti e nel Regno Unito questi prodotti rappresentano oltre la metà dell’alimentazione quotidiana, anche in Italia la quota è in crescita, soprattutto tra i più giovani. E con essa crescono le domande: Che cosa stiamo mangiando davvero? E soprattutto: perché è così difficile smettere?

Come si definisce un cibo “ultraprocessato”?

La definizione stessa di “ultraprocessato” è controversa e spesso contestata. Ma un criterio, suggerisce Berrino, resta sorprendentemente semplice: ingredienti che nelle nostre cucine non esistono. Additivi, emulsionanti, aromi artificiali, strutture costruite più in laboratorio che ai fornelli. E qui emerge un dato che nella puntata viene rilevato e che cambia prospettiva: più aumenta il consumo di questi prodotti, più cresce il rischio di malattie e mortalità. Non in modo casuale, in modo progressivo.

Tutto il ciò che artigianale è buono?

Il discorso si allarga poi ad aspetti ancora meno evidenti: il possibile impatto sul comportamento, l’interazione con il microbiota intestinale, il ruolo di alcune sostanze che modificano non solo il gusto, ma anche le risposte dell’organismo. Dettagli tecnici, certo. Ma che messi insieme raccontano qualcosa di più profondo. Anche perché la linea di confine non è sempre così chiara. Non tutto ciò che appare “artigianale” lo è davvero. Non tutto ciò che sembra semplice lo è nella composizione. E orientarsi, tra etichette e marketing, diventa sempre più complesso.

Le domande scomode di Crude Verità

Nel frattempo, la domanda resta sospesa: quanto di ciò che scegliamo è davvero una scelta? Crude Verità non dà risposte facili. Mostra il meccanismo. E lascia allo spettatore il compito di riconoscerlo. Perché il punto, ancora una volta, non è il singolo prodotto. È il sistema che lo rende irresistibile. E una volta che lo vedi, è difficile non accorgersene.

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