Crisi Natuzzi, il piano di rilancio è il contrario di quello annunciato: nuovi scioperi e manifestazioni
Doveva essere un piano di rilancio industriale, con il rientro in Italia di alcune produzioni delocalizzate in Romania. Il documento che martedì la Natuzzi ha presentato ai sindacati, invece, prevede l’esatto contrario: ulteriori attività da trasferire all’estero, maggiore utilizzo della cassa integrazione nelle fabbriche italiane, offerte da 50mila euro in cinque anni per chi dovrà lasciare l’azienda. Ecco perché i sindacati Feneal Uil, Filca Cisl e Fillea Cgil, insieme con le tre sigle del commercio, sono pronti a una nuova mobilitazione. La crisi del colosso dei divani si fa sempre più complicata, spinta anche dalle tensioni sul titolo a Wall Street e dalla situazione geopolitica internazionale. Dopo una tregua durata poco più di un mese, stanno per tornare gli scioperi, i presidi davanti agli stabilimenti e probabilmente anche una nuova manifestazione a Roma.
Dopo trenta ore di trattativa al ministero delle Imprese e Made in Italy (Mimit), i sindacati bocciano di netto la proposta di Natuzzi, ritengono sia un passo indietro rispetto a quelle timide aperture ottenute a marzo. Oltretutto, nei giorni precedenti era stata redatta una bozza di verbale che prevedeva condizioni diverse. Il piano presentato ieri, invece, contiene l’opposto di quanto si sperava, anche in virtù delle riunioni del tavolo di un mese fa, nelle quali si era parlato della possibilità di far tornare in Italia alcune linee precedentemente spostate in Romania. La principale novità è che ora il programma è percorrere la strada inversa e aumentare addirittura le attività nello stabilimento rumeno, facendo salire gli ammortizzatori sociali nel nostro Paese, dal 45% al 70%. Come spiegano i sindacati presenti, la giravolta è stata motivata con l’aggravarsi del quadro economico. Natuzzi ha spiegato che il trasferimento della produzione sarebbe temporaneo, per un anno, dovuto alla difficoltà di sostenere i costi della produzione in Italia. “Noi abbiamo detto assolutamente no, blocchiamo tutto se fanno uscire qualcosa dagli stabilimenti”, ha spiegato Tatiana Fazi della Fillea Cgil.
L’altro punto delicato riguarda, senza mezzi termini, la consistenza degli incentivi all’esodo. Natuzzi, infatti, ha dichiarato a dicembre 479 esuberi, su 1.850 dipendenti totali in Italia, annunciando anche la chiusura di due stabilimenti pugliesi: Graviscella (Altamura) e Jesce 2 (Santeremo in Colle). Dopo le proteste dei primi mesi dell’anno, ha ipotizzato di chiudere uno solo dei due stabilimenti (solo Jesce), quindi accorparli, ed evitare di licenziare personale in esubero ma avviare un piano di incentivi alle dimissioni volontarie. L’accordo iniziale prevedeva l’adesione volontaria alle dimissioni, un primo passaggio attraverso la cassa integrazione a zero ore, poi 37 mila euro di incentivo. Ora invece l’offerta messa sul piatto da Natuzzi si è alzata a 50 mila euro, ma è dilazionata in cinque anni e l’adesione non sembra più dovere essere volontaria. L’obiettivo è di “indurre” 392 uscite fino al 2029. Questa nuova impostazione è definita inaccettabile dalle sigle.
Insomma, una cosa è certa: in Puglia si perderanno centinaia posti di lavoro. L’industria del mobile, nata nel 1959, si ridimensionerà nettamente. Anche il piano di investimenti da 17,5 milioni annui, per tre anni, presentato da Natuzzi a inizio 2026 non lasciava presagire grandi rilanci per i siti industriali: gran parte di quelle somme sarebbero state destinate alla parte commerciale, quindi gli eventi, le fiere, il marketing, molto poco agli stabilimenti. La pressione su Natuzzi in questo periodo viene anche da Wall Street: il 6 gennaio il New York Stock Exchange (Nyse) ha mandato un avvertimento all’azienda, segnalando come il suo valore di mercato e il suo patrimonio netto fossero sotto le soglie di conformità.
In questi mesi, il presidente Pasquale Natuzzi ha spesso scritto lettere inviate direttamente ai suoi dipendenti. L’ultima è stata inviata per gli auguri di Pasqua, e anche in quel caso ha chiesto di accettare il piano industriale. Nel 2024, Natuzzi ha riportato in Italia una produzione dalla Cina, per servire il mercato del Nord America. La scelta serviva anche a contenere l’impatto dei dazi doganali e anche a rendere più “produttive” le fabbriche italiane, altrimenti ferme per la cassa integrazione, ma il leader dell’azienda l’ha rivendicata come un “sacrificio enorme”. I lavoratori pugliesi si aspettavano che avvenisse anche con le produzioni in Romania, come ipotizzato un mese fa, ma sembra che non sarà così.