Barbara Bouchet non ha dubbi: “Sul diritto al disporre della propria morte, penso per esempio alle gemelle Kessler, sono completamente d’accordo”. L’attrice non smette di sorprendere il suo pubblico e a 82 anni, dopo una lunga carriera, torna al cinema da protagonista con un ruolo spiazzante. Da pochi giorni è infatti uscito Finale: Allegro di Emanuela Piovano, liberamente ispirato al romanzo L’età ridicola di Margherita Giacobino. La storia intreccia la malattia, la perdita e il fine vita – ma con uno sguardo mai cupo, anzi, sorprendentemente luminoso – e la Bouchet si cala nei panni di Karina, una pianista ottantenne omosessuale. “Lo definirei un film che parla di una donna che decide tutto per sé, senza intrusioni né influenze esterne. Karina sa come vivere, amare e, soprattutto, come intende morire. Insomma, lei mi piace perché cerca di avere il controllo di tutto, dall’inizio alla fine”, racconta l’attrice al dorso torinese del Corriere della Sera.
“La fine si avvicina e non voglio essere impreparata”
Il film è stato girato proprio a Torino e martedì l’attrice sarà in città per una proiezione speciale e l’incontro con il pubblico. Intanto spiega cosa la lega a Karina che, a proposito di un eventuale ricorso all’eutanasia, dice nel film: “La fine si avvicina e non voglio essere impreparata”. La Bouchet premette che non farebbe proprio tutto quello che dice il personaggio ma sul diritto disporre della propria morte ha le idee chiare: “Penso per esempio alle gemelle Kessler, sono completamente d’accordo. Non accetto l’accanimento terapeutico e, nel caso capitasse, vorrei decidere io del mio destino perché con i tubi attaccati proprio non mi ci vedo. La legge, purtroppo, oggi non lo consente ma spero che ci si arrivi presto”. Così come ha le idee chiare sui diritti civili, trovando sempre un modo per esprimerle. Ad esempio, sul palco del Lovers, il più longevo festival italiano di cinema queer, che si svolge proprio a Torino, di cui la Bouchet è stata in passato anche madrina: “Io ho sempre detto di essere a favore di diritti e libertà sessuale”.
Proprio in quell’occasione Emanuela Piovano le offrì la parte da protagonista di Finale: Allegro. Si incontrarono, la regista le mandò il copione e la Bouchet pensò: “Ecco quello che cercavo! Finalmente qualcuno mi dà una parte lontana dalla mia immagine ‘sexy’ del passato”. Insomma, un ruolo diverso rispetto a quelli che l’hanno incasellata in un certo cliché. “All’epoca ero una bella faccia e un bel corpo. Il resto non interessava a nessuno: la ‘qualità’ era categoria riservata ai maschi. Il mio carattere era esattamente l’opposto e riuscivo a non farmi comandare da nessuno”. Infine, una chiosa su Finale: Allegro, che racconta anche la storia di un amore mai realizzato. Lei però ammette di non avere rimpianti sul fronte sentimentale: “No, per nulla. Ho vissuto la mia vita al meglio delle mie possibilità e ne sono felice”.
“Nessuno credeva in me”: la rinascita artistica e il dolore per Sharon Tate
La rinascita artistica di Barbara Bouchet passa anche attraverso le confidenze affidate al salotto televisivo di Francesca Fialdini. Ospite di Da noi… a ruota libera, l’attrice ha tracciato un bilancio intimo e professionale di un momento d’oro sancito dalla recente vittoria come miglior attrice al Bifest di Bari proprio per Finale Allegro. Nel film, diretto da Emanuela Piovano, la Bouchet affronta tematiche viscerali come la malattia, la solitudine e il diritto all’autodeterminazione: il ruolo intenso e sfaccettato che aspettava da tempo. “Non è mai troppo tardi”, ha confessato con orgoglio, rivelando le difficoltà di smarcarsi dai pregiudizi. “Avevo un passato e nessuno credeva in me. Sono stata ingabbiata nel cinema sexy e a un certo punto non ce la facevo più”. Una rottura netta, ricercata già a 39 anni, guidata dalla volontà ferrea di interpretare donne reali e anagraficamente coerenti, rifiutando categoricamente gli stravolgimenti della chirurgia estetica: “La mia faccia fa parte del mio piano. Mi accetto così come sono, basta guardarsi in giro per capire che non vuoi essere così”. E se oggi guarda alle nuove generazioni con una punta di rammarico critico (“I giovani cercano tutto su Google e non si confrontano più con l’esperienza di chi ha vissuto”), il suo passato hollywoodiano riemerge attraverso aneddoti dal sapore quasi surreale — come la convivenza con l’attore Gardner McKay tra un leone e una gheparda domestica di nome Kenya — e cicatrici mai rimarginate. Tra i ricordi più dolorosi spicca quello della fraterna amicizia con Sharon Tate, trucidata dalla setta di Charles Manson nell’agosto del 1969. “Avrei potuto essere lì con lei in quel momento“, ha rivelato l’attrice con la voce rotta dall’emozione, ricordando lo choc di aver appreso la notizia del massacro mentre si trovava in una discoteca. Un trauma indelebile all’interno di una vita fuori dagli schemi e vissuta sempre in totale libertà, in cui c’è ancora un posto d’onore per i sentimenti: “Non sono stufa dell’amore. Fa bene, a ogni età”.