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Israele ha ucciso in Libano sei reporter in due settimane: un giornalisticidio in piena regola

È una definizione precisa: spazzare via dalla faccia della terra chi può denunciare Israele senza mezze misure e mediazioni occidentali, spesso complici
Israele ha ucciso in Libano sei reporter in due settimane: un giornalisticidio in piena regola
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Mercoledì 8 aprile Israele ha violato ancora una volta gli accordi di tregua bombardando pesantemente il Libano, con 150 attacchi in due ore, causando più di 254 morti e oltre 1.165 feriti. Nello stesso contesto, ha ucciso tre giornalisti, due libanesi e uno palestinese. Non è un dettaglio dentro la strage, come invece lo ha raccontato gran parte dei media tradizionali. È la strage che, intenzionalmente, prende di mira anche chi la racconta.

Durante un bombardamento che ha colpito la sua auto, è stato assassinato il corrispondente di Al Jazeera Mubasher, Mohammed Wishah, mentre percorreva al-Rashid Street, la strada costiera a ovest di Gaza City. Stava riportando al mondo il genocidio in corso ed è stato ucciso per questo. Nello stesso giorno, Ghada Dayekh, presentatrice e reporter libanese della radio Sawt Al-Farah, è stata uccisa in un attacco israeliano che ha colpito il suo appartamento, distruggendolo completamente, nella città libanese di Tiro. Stava riportando l’ennesimo tentativo israeliano di spezzare la resistenza libanese, ed è stata uccisa per questo. Sempre in Libano, Suzan Khalil, giornalista e presentatrice del canale televisivo Al-Manar TV e della radio Al-Nour Radio, è stata uccisa in un attacco israeliano nel villaggio di Kaifoun, nel governatorato del Monte Libano. Stava parlando della vita libanese che continua con grande dignità nonostante Israele stia provando a distruggerla, ed è stata uccisa per questo.

Questi omicidi mirati arrivano a meno di due settimane dall’assassinio di altri tre importanti giornalisti libanesi nel sud del Libano, lo scorso 28 marzo. I media libanesi riportarono che Israele aveva lanciato almeno quattro missili contro un’auto nei pressi della città di Jezzine, uccidendo Ali Shuaib, Mohammed Fatouni e Fatima Fatouni, corrispondenti di Al-Manar e Al-Mayadeen, importanti canali di informazione libanesi.

Dal 7 ottobre 2023, Israele ha ucciso quasi 300 giornalisti palestinesi a Gaza. Colpire giornalisti palestinesi e libanesi per impedire la diffusione della verità sui crimini che commette quotidianamente, nella più totale impunità. “Giornalisticidio” è il termine coniato dal sindacato dei giornalisti palestinesi per descrivere questa realtà. È una definizione precisa: spazzare via dalla faccia della terra chi può denunciare Israele senza mezze misure e mediazioni occidentali, spesso complici. Anche il Committee to Protect Journalists ha riconosciuto la portata di quanto sta accadendo, affermando, nel febbraio scorso, che Israele ha ormai ucciso più giornalisti di qualsiasi altro governo da quando ha iniziato a raccogliere dati nel 1992.

Eppure, anche questi numeri rischiano di essere incompleti. Le restrizioni alla stampa, gli ostacoli alle indagini, l’impossibilità di contare i morti sul campo per i continui bombardamenti, e spesso l’impossibilità di tirare fuori i corpi da sotto le macerie fanno sì che molte uccisioni restino senza registrazione e senza nome. Perché quando vengono uccisi centinaia di giornalisti, il problema non è più solo la violenza genocidaria contro un popolo, ma l’attacco alla libertà di stampa e al diritto dei giornalisti di svolgere la propria professione.

Eliminare chi racconta significa eliminare il racconto. Significa colpire non solo le persone, ma la possibilità stessa che esista una verità accessibile. Dentro questo quadro, pesa anche un’altra assenza: quella delle iniziative rilevanti e di grande impatto da parte dei giornalisti occidentali per chiedere la protezione dei loro colleghi palestinesi e libanesi. Al contrario, spesso la loro credibilità e competenza vengono messe in discussione, con definizioni come “troppo coinvolti” o “troppo emotivi”, come se essere freddi e distaccati davanti ad un genocidio fosse sinonimo di professionalità.

I giornalisti palestinesi e libanesi, oltre a rischiare e spesso perdere la vita per riportare al mondo ciò che accade, si trovano così a dover affrontare anche la delegittimazione del proprio lavoro. E questa delegittimazione, in molti casi, viene avallata o ripresa proprio da colleghi occidentali che invocano l’accesso a Gaza per “raccontare la verità”, come se la verità non fosse già evidente e documentata da chi quella realtà la vive e la paga ogni giorno sulla propria pelle.

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