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“Ho fatto uno stage a Noma. Mi capitava di piangere in silenzio, è stato difficile. Ne vado in ogni caso molto fiera”: parla la pastry chef Maribel Aldaco

Dopo il caso del noto ristorante di Copenaghen è emerso il lato oscuro dell’alta cucina: tra abusi normalizzati e condizioni estreme, cresce però la spinta a cambiare un sistema sempre più sotto accusa

di Redazione FqMagazine
“Ho fatto uno stage a Noma. Mi capitava di piangere in silenzio, è stato difficile. Ne vado in ogni caso molto fiera”: parla la pastry chef Maribel Aldaco

“Mi sono rivisto in quelle testimonianze, non nego che durante il mio percorso lavorativo ho vissuto situazioni simili. Ma allora pensavo fosse necessario attraversarle, come il cerchio di fuoco per l’acrobata. Credevo servissero a migliorarsi, le accettavo”: così lo chef Franco Aliberti aveva commentato il caso Noma, ovvero la decisione dello chef René Redzepi di lasciare il noto ristorante di Copenaghen perché, parole dello stesso Redzepi, ha deciso di assumersi la responsabilità delle sue azioni dopo le testimonianze raccolte dal New York Times di ex dipendenti che hanno denunciato presunti abusi e maltrattamenti.

E anche nelle dichiarazioni dello chef Guido Mori a MowMag si trova amarezza: ““Che il Noma fosse un posto di me*da dal punto di vista lavorativo era risaputo a livello planetario. Orari fuori dal mondo, e fuori dal mondo intendo ampiamente più di 70 ore alla settimana, paghe da fame, trattamenti con soprusi, abusi, violenza verbale e fisica: più o meno era una cosa che era assolutamente risaputa e, oltretutto, c’è anche un meccanismo per cui te le facevano accettare, perché sennò ti minacciavano che non avresti più lavorato da nessuna parte se non ti sottoponevi a questo”.

Ora a Cook del Corriere della Sera arriva la testimonianza sul Noma della pastry chef messicana Maribel Aldaco, che è stata protagonista di Women in Food, un evento organizzato da Cook dal 17 a 19 marzo in Sicilia: “Sono grata di aver potuto imparare molto, ma è stato difficile. Ho fatto uno stage lì (al Noma, ndr) e non è stato facile, soprattutto per il tipo di persona che sono. Ne vado in ogni caso molto fiera, sono grata di aver potuto imparare molto e da un certo punto di vista non mi posso lamentare di quell’esperienza, però durante quei mesi mi capitava di piangere in silenzio, è stato difficile”. Oggi la chef pensa positivo: “La ristorazione sta cambiando. E io penso che dobbiamo trovare nuovi modi di insegnare questa professione e occorre rimboccarsi le maniche per fare in modo di creare ambienti di lavoro migliori”.

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