Go get your own oil! Su Truth, Trump non fa provocazioni all’Europa: detta una linea politica
di Rocco Ciarmoli
Il 31 marzo 2026 Donald Trump scrive su Truth un messaggio rivolto agli alleati europei che non riescono ad avere carburante a causa delle tensioni nello Stretto di Hormuz. Suggerisce di comprarlo dagli Stati Uniti, poi invita ad andare nello Stretto e prenderselo, aggiungendo che gli Usa non saranno più lì ad aiutarli. Non è una provocazione, ma una linea politica precisa: vendere energia, scaricare i costi della sicurezza, uscire dal ruolo di garante.
Il punto non è il tono. È che quel tono è diventato possibile. Mentre Trump scriveva l’Europa registrava un aumento del 70% del prezzo del gas e del 60% del petrolio rispetto all’inizio della guerra, con circa quattordici miliardi di euro in più sulla bolletta delle importazioni in un mese. Le riserve di gas sono ai minimi dal 2022 e iniziano ad emergere misure straordinarie: razionamenti locali, interventi sui carburanti, inviti a ridurre i consumi. Il linguaggio cambia: dal mercato all’emergenza. Non è ancora un lockdown energetico, ma è la traiettoria di un sistema che perde il controllo delle proprie condizioni esterne.
L’Europa paga il prezzo di una guerra che non ha scelto né autorizzato: nessun mandato Onu, nessun passaggio Nato, nessuna decisione condivisa. Qui emerge il limite strutturale: la dipendenza. Le rotte energetiche attraversano aree instabili, la diversificazione è incompleta e la sostituzione del gas russo con il GNL ha spostato l’esposizione verso mercati più volatili. Ogni crisi riattiva lo stesso schema: emergenza, vertici, dichiarazioni, strumenti temporanei. Si rincorre il danno, non si corregge la struttura.
Nel frattempo, mentre Trump espone la debolezza degli alleati immobili, qualcuno prova a rompere lo schema. Il 25 marzo, in Parlamento, Pedro Sánchez dichiara: “Siamo un paese sovrano che non vuole partecipare a guerre illegali.” Madrid rifiuta l’uso delle basi di Rota e Morón per le operazioni USA. Teheran consente il transito delle navi spagnole nello Stretto di Hormuz — prima apertura a un paese UE. Intanto il ministro José Manuel Albares rafforza gli accordi con l’Algeria per ridurre l’esposizione alle rotte mediorientali. È una linea politica, non una presa di posizione episodica.
Gli Stati Uniti fanno ciò che fanno le potenze: difendono i propri interessi e piegano le regole quando serve. Il 12 marzo il Tesoro americano ha introdotto una deroga alle sanzioni su Mosca, consentendo la vendita di petrolio russo già imbarcato per stabilizzare i prezzi globali. Non è incoerenza, è esercizio di potere. Quando Marco Rubio chiarisce che Washington non ha bisogno dell’Europa per combattere ma si aspetta un contributo nella gestione delle conseguenze, definisce un equilibrio preciso: le decisioni strategiche restano americane, mentre agli europei viene richiesto di sostenere una parte crescente dei costi.
E l’Europa si adegua, senza ridefinire il rapporto. Si allinea sulle sanzioni, ospita infrastrutture militari, contribuisce alla sicurezza delle rotte. Ma evita la domanda centrale: cosa ottiene in cambio? Non in termini ideologici, ma di autonomia e capacità di proteggere il proprio sistema economico. Non c’è tradimento. C’è un rapporto di forza ormai esplicito. Bruxelles risponde con ciò che conosce: piani, incentivi, roadmap. Misure necessarie, ma insufficienti perché non incidono sulla struttura. Un continente che non controlla fonti, rotte e sicurezza resta esposto. Sempre.
E allora il post di Trump smette di essere una provocazione e diventa una sintesi brutale. Riflette un equilibrio che esiste già. Il problema non è Trump. Non è l’America. Non è la singola crisi. Il problema è che l’Europa continua a reagire invece di anticipare, senza esercitare una propria autonomia in un mondo tornato ad essere competizione. Questa non è una debolezza temporanea.
È una condizione.
E una condizione, se non la cambi, diventa destino.
