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“Ho operato bene, io sono una vittima”, il cardiochirurgo che operò Domenico si autoassolve. Mercoledì i funerali

L'avvocato della famiglia: "Ci aspettiamo che emergerà che si sarebbe potuta percorrere un’altra strada terapeutica in favore del piccolo Domenico, rendendolo trapiantabile quando poi è arrivato un secondo cuore. Vorremmo inoltre un approfondimento sull'eventuale lesione al ventricolo sinistro"
“Ho operato bene, io sono una vittima”, il cardiochirurgo che operò Domenico si autoassolve. Mercoledì i funerali
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“Ho operato bene, ho fatto bene il mio mestiere, io sono una vittima”. Il cardiochirurgo Guido Oppido, accusato di omicidio colposo e sospeso dall’Ospedale Monaldi, è il medico che era in sala operatoria il 23 dicembre quando da Bolzano arrivò un cuore inglobato in un blocco di ghiaccio. Organo che fu scongelato e poi impiantato nel petto di Domenico Caliendo, il bimbo di due anni e 4 mesi morto il 21 febbraio, perché il suo era stato già espiantato. Oppido, intercettato da una troupe della trasmissione Lo Stato delle Cose su Rai 3, ha detto: “Ho buttato 11 anni della mia vita per operare i bambini qua in Campania. Undici anni, tremila bambini, tremila ne ho operati io. Tutto questo lo sto passando perché ho provato ad aiutare i figli degli altri, ok?”. Dalle indagini e dalle dichiarazioni del personale sanitario emerge che il chirurgo non aveva atteso l’assenso che arrivasse l’organo, mentre lui ha detto di essere convinto di averlo ricevuto. Certo è che all’apertura del box di vecchia generazione e senza termometro l’organo prelevato a Bolzano era inutilizzabile. “Non merito di essere trattato così. Ho fatto tutto quello che dovevo fare e l’ho fatto anche bene, parli con tutti quelli che ho operato e che mi stanno vicini”.

La difesa del medico

Il chirurgo, visibilmente provato dalla situazione, ha ribadito con fermezza di non essere responsabile dell’esito del trapianto, ma piuttosto di essere “una vittima” di una narrazione distorta. Tuttavia, non ha risposto direttamente alla domanda cruciale riguardo al messaggio “ok cuore” ricevuto da Bolzano, che secondo alcuni avrebbe spinto ad accelerare l’espianto dell’organo malato. “Tutte queste belle cose ne parleremo con i giudici. Io so solamente che le cose io le ho fatte bene, le ho fatte bene, quindi io sono la vittima”. Un’altra certezza è che nella sala operatoria dell’ospedale San Maurizio c’erano stati momenti di grande tensione durante l’intervento, eseguito dalla cardiochirurga Gabriella Farina, tanto che il chirurgo di Innsbruck presente al tavolo con una collega e un perfusionista dovette intervenire nel campo operatorio della Farina perché gli organi si stavano gonfiando. L’equipe del Monaldi, formata dalla prima operatrice e dal chirurgo Vincenzo Pagano, avvertì Napoli che c’erano stati delle “criticità”? Il prelievo doveva durare tra i 30 e i 60 minuti e invece ne passarono 102, rubando tempo a un countdown spietato come è quello dell’autonomia del cuore.

I dubbi sulla tempistica

I forti dubbi sulla tempistica e sulle modalità dell’espianto emergono anche dalla cartella clinica riporta che sono stati necessari ben 20 minuti per estrarre il cuore dal sistema di trasporto, un tempo che avrebbe potuto compromettere ulteriormente la funzionalità dell’organo, già bruciato dal ghiaccio secco utilizzato per il trasporto e forse danneggiato già durante il prelievo (un punto che verrà stabilito dall’autopsia). Questo gap di 20 minuti tra l’espianto del cuore malato e l’arrivo di quello donato è stato oggetto di accertamenti incrociati, sollevando la possibilità che Oppido abbia appunto anticipato l’espianto senza valutare adeguatamente l’organo appena arrivato. “Abbiamo ricevuto un cuore integro, è stata un’operazione ben fatta” avrebbe affermato Oppido il 30 dicembre, in una riunione con la dirigenza dell’ospedale. Il giorno prima il professor Giuseppe Limongelli, che aveva seguito fino a un mese prima il caso di Domenico, si era dimesso perché tenuto all’oscuro della disponibilità del cuore e del trapianto.

L’ipotesi del danno al cuore durante il prelievo

Nel frattempo, continuano le indagini, condotte dal pm Giuseppe Tittaferrante e dall’aggiunto Antonio Ricci, che stanno esaminando vari documenti e le testimonianze. Questi potrebbero rivelare ulteriori contraddizioni, in particolare in merito alla gestione del trasporto dell’organo e alla formazione del personale. Un punto critico riguarda la mancanza di formazione sul sistema Paragonix, un dispositivo avanzato per il monitoraggio della temperatura degli organi, che l’ospedale Monaldi aveva in dotazione ma che non è stato utilizzato, poiché il personale non era stato adeguatamente istruito.

Oggi, 3 marzo, è prevista una nuova fase nell’inchiesta, con il conferimento dell’incarico ai pertiti per l’incidente probatorio finalizzata all’autopsia sul corpo del piccolo Domenico. “Ci aspettiamo che emergerà che si sarebbe potuta percorrere un’altra strada terapeutica in favore del piccolo Domenico, rendendolo trapiantabile quando poi è arrivato un secondo cuore. Vorremmo inoltre un approfondimento sull’eventuale lesione al ventricolo sinistro (come riportato dal FattoQuotidiano, ndr), evento riportato dai giornali, e sull’esatto orario del clampaggio aortico. Vogliamo con forza sapere dalla procura – chiarisce l’avvocato – se c’è la cartella anestesiologica, che a noi non è stata mandata dal Monaldi”. Ai periti, Biagio Solarino dell’Università di Bari (medico legale), Ugolino Livi dell’ospedale di Udine (cardiochirurgo) e Luca Lorini del Papa Giovanni XXIII di Bergamo (anestesista), sono stati concessi 120 giorni per sviluppare la loro relazione. L’udienza è stata quindi rinviata all’11 settembre 2026. È stato così possibile fissare per mercoledì 4 marzo i funerali del bimbo che saranno celebrati nel Duomo di Nola.

La difesa dell’ospedale e le omissioni alla famiglia

Rompe il silenzio, intanto, la direttrice generale dell’Azienda ospedaliera dei Colli, Anna Iervolino. In una lettera inviata al quotidiano Il Mattino sottolinea come le prime indagini sulla morte del piccolo al Monaldi siano state quelle interne all’azienda. E risalgono al 30 dicembre scorso. “Queste indagini – spiega la manager – sono cominciate subito; non appena sussurri interni hanno fatto dubitare. Il 30 dicembre la direzione ha proceduto all’audizione del chirurgo e del responsabile del programma trapianti. Quella è la data di formale inizio delle indagini interne, che si sono sviluppate in veri e propri interrogatori, durante i quali, via via, sono stati approfonditi gli eventi fino a comprendere come gli stessi siano avvenuti, ipotizzandone le cause e facendone emergere la enorme gravità. Questi atti interni, redatti dall’Azienda – prosegue nella sua ricostruzione – sono stati messi a disposizione dell’autorità giudiziaria che indaga già dall’11 gennaio e consegnati alla Regione Campania e al Ministero della Sanità. Da questi atti – conclude Iervolino – emerge chiaramente che è iniziata prima l’indagine interna; poi è intervenuta la collaborazione con l’autorità giudiziaria e l’interlocuzione con gli uffici regionali. Chi parla di occultamento dei fatti manifesta la sua cultura e la ricerca di facile consenso”.

Fatto sta che Patrizia Mercolino, la mamma del bimbo, ha saputo solo da un articolo del quotidiano Il Mattino il 7 febbraio che l’organo impiantato al figlio era danneggiato. Nessun dal 23 dicembre, né successivamente al 30 dicembre e alla prima riunione, ha mai comunicato alla famiglia il vero motivo perché un bimbo cardiopatico, ma che conduceva una vita quasi normale, avrebbe passato i successivi due mesi attaccato a macchina salvavita che gli ha progressivamente danneggiato tutti gli organi fino alla morte.

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