Addio a Stefano Benni. L’autore di Bar Sport e La compagnia dei celestini è morto. Aveva 78 anni. Bolognese di montagna, ma apparizione continua tra i portici di città con cappello, chioma bianca e larghi giacconi, Benni sembrava un personaggio dei suoi romanzi: ironico, surreale, stralunato. La sua vita era già un buffo ghiotto istrionico racconto dell’esistenza, o almeno lui l’ha sempre raccontata così.
L’esordio è nel 1976 con il celebre Bar sport (Mondadori), raccolta di racconti dove appare tra decine di strambi caustici personaggi da bar la mitica Luisona, la brioche rimasta per secoli sul bancone. Nel 1983 con Terra! (Feltrinelli) s’inventa in chiave comica una serie di apocalissi atomico climatiche che spingono a viaggi interspaziali decifrati da cinesini saggi e bimbi prodigio. Nel 1986 è tempo di Comici spaventati guerrieri (Feltrinelli), corale detection metropolitana tra uomini con nomi di animali alla ricerca del colpevole della morte del ladruncolo di quartiere e mito calcistico Leo Leone. Il bar sotto il mare (1987), altra raccolta di racconti, cerca un richiamo all’esordio ma fluttua in un realismo magico marittimo curioso e originale. Mentre è del 1992 un altro autentico bestseller di brulicante immaginazione e record di vendite: La compagnia dei Celestini, cartografia antropologica di un’Italia parodica in versione terra immaginaria.
Nel 1996 con Elianto sforna una distopia irresistibile sempre di una Italia triste e oppressa sotto il giogo di un mega computer che la governa meccanicamente. Saranno tre gruppi di assurdi ma arrembanti resistenti a far risorgere le Contee a scapito del centralissimo e oscuro Governo. Del 2001 è forse il suo romanzo più autobiografico e meno fantasiosamente spinto di tutti: Saltatempo (Feltrinelli). È solo grazie all’orobilogio che il bimbetto degli anni cinquanta protagonista del racconto salta in avanti nel tempo vivendo l’epoca di un speranzoso idealismo, poi del devastante irrispettoso consumismo (di denari, di suolo, di futuro). Del 2005 è invece Margherita Dolcevita, sorta di deviazione quasi favolistica, incentrata su una giovane protagonista che vuole diventare poetessa (ma di poesie brutte), divertente e leggiadra opera ma meno corrosiva rispetto alla matrice di scrittura benniana che gradualmente negli ultimi vent’anni si appollaia serena e pacifica nella storia umoristica letteraria italiana lasciandovi un segno indelebile.
Benni del resto ha costruito fin da subito, e consolidandolo nel tempo, un linguaggio peculiare, inventando continui giochi di parole, pennellando con giocosa spontaneità sfondi e luoghi impossibili, figure spassose, narrazioni fantastiche, riferimenti satireggianti. In gioventù è stato anche giornalista per decine di testate, drammaturgo, sceneggiatore (Topo Galileo dove recita l’amico Beppe Grillo per il quale è stato corrosivo autore), regista (Musica per vecchi animali nel 1989 con Dario Fo e Paolo Rossi) e perfino talent scout (convinse Feltrinelli a tradurre Daniel Pennac).
Sulla sua vita privata poco si è saputo, se non che avesse un figlio, mentre dalle sue interviste non si è mai carpito realmente chi si celasse dietro allo zampillante, inesausto atto creativo, se non per il giocoso monito del non star troppo a cincischiare attorno ai grandi maestri (anche se Benni amava Eliot e deve tanto a Queneau). Lascia il mondo dopo una lunga prostrante malattia, ma siamo sicuri che sfogliando un suo libro lo ritroverete fluttuare come Lupo, Lupus, Lupetto per sempre comico, spaventato e guerriero.