Moda e Stile

Schiaparelli, il futuro visto dallo specchio del passato. Daniel Roseberry: “Siamo sull’orlo di una catastrofe, non solo geopolitica ma anche nella moda”

Lo stilista americano si ispira alla Parigi del 1940, al "crepuscolo dell'eleganza" prima della fuga di Elsa Schiaparelli. Una collezione quasi interamente in bianco e nero, che elimina i corsetti per una nuova, fluida drammaticità

di Ilaria Mauri
Schiaparelli, il futuro visto dallo specchio del passato. Daniel Roseberry: “Siamo sull’orlo di una catastrofe, non solo geopolitica ma anche nella moda”

Nel giugno del 1940, Elsa Schiaparelli lasciò Parigi. Lasciò la città che amava e che l’aveva consacrata come rivoluzionaria della moda, per salpare verso New York in una fuga forzata dal baratro della guerra. Con lei, in quell’addio silenzioso, se ne andava anche un’epoca: quella delle avanguardie, dei surrealisti, del sogno e del rischio. Oggi, ottantacinque anni dopo, Daniel Roseberry riapre quella ferita storica e stilistica per trasformarla in visione. Lo fa con una collezione potente, monocroma, emozionante, che ha aperto la settimana dell’Haute Couture a Parigi. E non poteva esserci inizio più significativo per un calendario orfano di nomi pesanti.

Re Giorgio non c’è. Per la prima volta anche l’Alta Moda deve fare a meno di Armani che, ancora convalescente, ha scelto la via precauzionale e quindi non uscirà in passerella per il consueto saluto al termine della sfilata Privé. Assente Dior, in attesa del debutto della prima collezione Donna di Jonathan Anderson a ottobre. Nessuna traccia di Valentino, fermo per scelta del nuovo direttore creativo Alessandro Michele, che ha deciso di sfilare solo una volta l’anno. Così, nel vuoto generato dalle grandi maison, Schiaparelli si impone come architrave simbolica e narrativa della couture contemporanea. E lo fa con una sfilata al Petit Palais che ha il sapore del rito, della liturgia laica dell’Alta Moda.

Tutta la collezione si muove tra argento e nero, come le fotografie degli anni ’30 e ’40 da cui Roseberry ha preso le mosse. Ma non c’è nostalgia: c’è piuttosto un’operazione di destrutturazione estetica e simbolica. L’ispirazione, come spiega lo stilista, è profonda e quasi premonitrice: “Stavo guardando le fotografie del 1929 a Parigi, poco prima dell’invasione tedesca, e quel crepuscolo di glamour. Volevo capire se privare gli abiti del colore potesse renderli futuristi”, ha detto. E ci è riuscito. L’assenza di colore è qui una forma di ribellione: contro l’eccesso, contro la prevedibilità, contro l’omologazione digitale della moda. I codici di Elsa — il buco della serratura, l’anatomia, il surrealismo — tornano sublimati in ceramiche fatte a mano, in foulard ricamati con metri da sarta, in pois svizzeri di seta, in giacche Elsa dalle spalle scolpite. Eppure nulla è didascalico. Ogni riferimento è filtrato, rielaborato, sublimato. Il passato qui non è mai vintage: è specchio, è fantasma, è profezia.

“C’è qualcosa nell’aria, come se fossimo sull’orlo di una catastrofe. Non solo geopolitica, ma anche nella moda”, ha confessato Roseberry nel backstage. Non è retorica. Questa collezione, terza di una trilogia ideale iniziata con Phoenix e proseguita con Icarus, è un addio — forse — a un modo di fare couture. È anche l’annuncio di una trasformazione: “Ora voglio cambiare tutto. Anche il processo creativo”. Ed è proprio questo senso di fine — e di inizio — a rendere la collezione così potente. La couture come ultimo bastione dell’autenticità, come laboratorio di sogno e tensione, come atto di fede in un futuro che somiglia sempre più a un ritorno alle origini.

Compaiono abiti da sera tagliati in sbieco, per un nuovo linguaggio della sensualità che non si affida a costrizioni, e la nuova giacca “Elsa”, dalle spalle marcate, che reinterpreta l’archivio. E poi, ci sono i “pezzi di fantasia”, dove il virtuosismo degli atelier Schiaparelli esplode. L’iconico mantello “Apollo” della fondatrice diventa un’imponente cascata di bijoux in diamanté neri, canna di fucile e argento. Un abito in tulle, battezzato “Squiggles and Wiggles”, è arricchito da ricami 3D a forma di conchiglia. E infine, il ricamo “Eyes Wide Open”: un abito decorato con un’iride dipinta a mano, incastonata in resina e impreziosita da ciglia in filato metallico, un capolavoro di surrealismo sartoriale. Ogni look è un frammento narrativo: c’è un abito rosso sangue con cuore gioiello che batte davvero sulla schiena — simbolo e minaccia, come una ferita viva. Le giacche e i cappotti da matador, con ricami in perle barocche e macchie leopardate in metallo, sembrano evocare una Spagna teatrale, viscerale. La couture come arena. Il corpo come scena. E la donna come eroina di un’opera che mescola rigore e poesia.

Nel gennaio del 1941, Elsa tornò a Parigi per un breve periodo, portando con sé — come in una valigia segreta — 13.000 capsule di vitamine per l’American-French War Relief. Quel gesto, piccolo e immenso, dice tutto: l’arte non basta, serve impegno. Anche oggi, in un mondo frammentato, in bilico, la moda può ancora essere un gesto politico, un canto, una visione. Con questa collezione, Daniel Roseberry ci ricorda che la couture è il luogo dove la moda non è solo abito, ma pensiero. E se il futuro dovrà essere costruito sulle macerie di ciò che eravamo, allora tanto vale farlo con la grazia tagliente di Schiaparelli.

Nel parterre del Petit Palais, le star non sono mancate: Dua Lipa, gentile e disponibile con tutti; Cardi B, magnifica ma visibilmente in difficoltà con la scollatura di un abito monumentale; Chiara Ferragni, tornata con nonchalance alla mondanità, e una Anna Wintour sorridente come raramente prima d’ora.

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