Con Trump ha vinto il politicamente scorretto, ma c’è da chiedersi quanto faccia vivere meglio
di Giorgio Boratto
Già nel 1945 George Orwell sosteneva il decadimento del linguaggio come la diretta conseguenza del decadimento politico, economico e culturale della nostra civiltà. Così è avvenuta specie in politica una ridondanza di sinonimi e perifrasi eufemistiche, con la trasformazione di concetti chiarissimi in forme garbate e meno scomode, in maniere ricche di ipocrisia… era il politically correct.
Con questa pratica si raggiungeva una nuova forma di conformismo. Questa moda era esercitata soprattutto negli Usa e paesi anglosassoni con la sostituzione di molti termini. Esempio: colored o afroamericano per nero; operatore ecologico per spazzino; operatore scolastico per bidello; non vedente per cieco… ecc. Lo stesso Donald Trump rispondendo ad una domanda della giornalista che le chiedeva delle sue affermazioni volgari sulle donne (sai, sono automaticamente attratto dalla bellezza – inizio subito a baciarle, è così. È come una calamita. Bacio subito. Nemmeno aspetto. Quando sei famoso te lo lasciano fare. Puoi fare tutto. Afferrarle dalla fig*. Puoi fare tutto…) diceva: ‘Penso che il grande problema di questo paese sia il dover essere politicamente corretti’.
Poi sono seguite molte altre affermazioni che hanno fatto sobbalzare molti. Frasi che usano aggettivi intensificandoli con dei superlativi e verbi come ‘uccidere’, ‘ferire’, ‘stuprare’ e li attribuisce ai migranti illegali che vengono da paesi ‘cessi’; tutti diventano automaticamente delinquenti. Mentre lui, Donald Trump, di se stesso dice: ‘Potrei stare in mezzo alla Quinta Strada e sparare a qualcuno e non perderei elettori’.
Ecco: le persone non si spaventano più del politically incorrect, c’è però da pensare quanto questo faccia vivere meglio, migliori la società e la nostra civiltà.