La Germania ha sospeso i ricollocamenti solidali di richiedenti asilo dall’Italia e non li riprenderà finché il nostro Paese non tornerà a rispettare il regolamento di Dublino che affida la valutazione delle domande di protezione internazionale ai Paesi di primo ingresso, tenuti a riprendersi i migranti successivamente entrati in altri Stati Ue. Di cosa parliamo? Appena un migliaio i ricollocamenti solidali tedeschi nell’ultimo anno, pochi di più i “trasferimenti Dublino” accettati dall’Italia a fronte di richieste ben più numerose. Insomma, nessuno fa la sua parte e in ogni caso si tratta di gocce nel mare visto che da inizio anno gli sbarchi sono ormai 120.000, mai così tanti dal 2016, anno record con 180.000 arrivi. Non solo: il regolamento di Dublino non ha mai davvero funzionato, altrimenti i numeri delle richieste d’asilo non vedrebbero la Germania al primo posto, bensì l’Italia, Paese competente per le domande di tutti coloro che sbarcano o entrano nel suo territorio. In altre parole, per buona parte dei migranti il nostro è un paese di transito, da superare per raggiungere altri Stati Ue che infatti hanno un rapporto tra domande d’asilo e popolazione residente ben più alto dell’Italia, dove è stato di 1.308 domande per milione di abitanti nel 2022, costantemente sotto la media Ue di 1.973 domande per milione.

Nonostante i numeri non siano dalla nostra, a dicembre l’Italia ha deciso di comunicare ai partner Ue che non avrebbe accettato nuovi trasferimenti Dublino a causa della pressione migratoria e del sistema nazionale di accoglienza sotto stress, fino a nuovo ordine. Che però non è mai arrivato tanto che ad agosto la Germania ha deciso di sospendere anche quel poco di solidarietà cui si dedicava col nuovo meccanismo di solidarietà istituito nel 2022. Il Viminale non commenta la decisione di Berlino, evidenziando piuttosto che i numeri delle ricollocazioni sono minimi. Quello di Berlino sarebbe piuttosto “una decisione politicamente rilevante, ma in realtà con un impatto minimo sull’alleggerimento del sistema di accoglienza”, spiega il Viminale a ilfattoquotidiano.it. Messaggi che la stampa tedesca rilancia a poche settimane dalla ripresa, il 28 settembre a Bruxelles, del negoziato tra ministri dell’Interno sul Patto migrazione e asilo. Con quali intenzioni parteciperà l’Italia è ormai chiaro: dopo il Consiglio Ue di giugno il ministro dell’Interno Matteo Piantedosi aveva dichiarato che l’Italia non punta più sulla ricollocazione e la solidarietà europea, con buona pace di quanti, compresi membri dell’attuale governo, continuano a dire che “l’Europa deve fare di più”.

La soluzione all’annoso problema dei cosiddetti movimenti secondari interni all’Ue sembra dunque passare in secondo piano perché, è convinto il Viminale, l’attenzione verso i Paesi di provenienza e transito contenuta nella bozza del Patto sarà la vera chiave di volta. Quanto al regolamento di Dublino, “è una fonte normativa obsoleta che ha dimostrato tutti i suoi limiti nel governo di questo fenomeno, in virtù dell’iniquo e casuale principio dello Stato di primo ingresso “, spiegano dal Viminale. Che rilancia: “La bozza di testo del nuovo Patto Europeo Migrazione e Asilo va nella direzione auspicata dal Governo italiano. Una riforma che, una volta approvata, introdurrà regole molto più efficaci e garantirà una divisione equa delle responsabilità tra Stati di primo ingresso e Paesi di destinazione finale, prevedendo ad esempio meccanismi di ridistribuzione di migranti giuridicamente vincolanti”. A leggere la cosiddetta bozza si scopre che, almeno per ora, l’obsoleto regolamento di Dublino non viene superato, anzi. Proprio nella versione votata dal Consiglio, il regolamento per la gestione dell’Immigrazione e dell’asilo (Regolamento RAMM), parte essenziale del Patto per la migrazione e l’asilo tuttora oggetto di confronto tra le istituzioni europee, allarga le responsabilità dei Paesi di primo ingresso, che per le domande d’asilo rimarranno competenti fino a due anni dall’arrivo del richiedente, anche se dopo l’ingresso irregolare si è dileguato e trasferito in un altro Stato Ue. Tradotto, se il piano per bloccare le partenze non funziona l’Italia si ritroverà in mano un cerino ancora più corto.

Anche per questo ricollocamenti e regolamento di Dublino, per anni al centro del confronto (e dello stallo) europeo, non interessano più tanto ai Paesi Ue, Germania compresa. Altrimenti non si spiegherebbe perché Berlino, che l’anno scorso ha ricevuto 217 mila domande d’asilo (in Italia sono state 77.000), abbia deciso di accodarsi alla proposta del Patto votata dal Consiglio che esclude ogni obbligo di ricollocazione per gli Stati membri, che con un contributo economico possono evitare di accogliere anche un solo richiedente. Regole che, più probabilmente e qualunque sia la veste in cui il Parlamento le approverà, lasceranno il tempo che trovano, almeno nelle intenzioni dei governi europei, Italia in testa, che finalmente affidano a dichiarazioni ufficiali la volontà di fare ognuno un po’ come gli pare. Da Roma a Berlino e fino a Parigi, che ha annunciato restrizioni ai confini con l’Italia per evitare (ancora) ingressi di chi è sbarcato sulle coste italiane o entrato a Nord Est, attraverso la rotta balcanica. Abituiamoci a rimbrotti e spallucce, dunque, e a non dar loro troppo peso. Almeno finché dura la scommessa che il governo Meloni ha battezzato “dimensione esterna”, la risoluzione del problema fuori dai confini europei, a partire dal Nord Africa.

Che è poi una questione di soldi, compresi quelli che secondo la proposta in discussione a Bruxelles i Paesi Ue dovrebbero versare in un apposito Fondo gestito dalla Commissione qualora non intendano accettare ricollocamenti di richiedenti. Tutto per bloccare le partenze attraverso accordi con Paesi terzi come la Tunisia. Del resto nel 2017 il discusso memorandum con la Libia del governo Gentiloni ha ridotto considerevolmente gli sbarchi, seppure per un tempo limitato e a costo di condannare migliaia di persone ai soprusi dei centri di detenzione libici. Ma il contesto si evolve e al netto dell’accordo con Tripoli le persone hanno cominciato a partire anche dalla Cirenaica, l’altra metà della Libia controllata dal generale Haftar. Per non parlare della nuova permeabilità dei confini terrestri da cui entra chi fugge dalla crisi in Sudan, o del golpe in Niger che potrebbe destabilizzare ulteriormente il Sahel. Quanto all’accordo siglato tra Roma e Tunisi e benedetto dalla presidente della Commissione europea Ursula Von der Leyen, è finalmente approdato a Strasburgo dove è stato duramente condannato da molti parlamentari europei, anche appartenenti allo stesso gruppo cui appartiene Fratelli d’Italia e convinti che il risultato ad oggi sia solo “un maggiore numero di partenze”, in effetti cresciute del 30% dopo la firma del memorandum. A conti fatti, l’Europa sembra voler istituzionalizzare l’esternalizzazione delle frontiere che finora ha appoggiato attraverso accordi informali tra Stati Ue e Paesi terzi. Strategia che il governo Meloni si intesta, non senza aver firmato la cambiale sulla competenza per le domande d’asilo di chi entra in Italia. Una scommessa la cui fragilità non è inferiore a quella dei Paesi extra Ue che vogliamo finanziare per impedire le partenze. Il piano B? Le dichiarazioni di Parigi e Berlino su confini e ricollocamenti ci dicono che non esiste.

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