Chi inquina non paga. Negli ultimi 9 anni, calcola un report del Wwf, multinazionali corresponsabili della crisi climatica hanno ricevuto dall’Unione europea 98,5 miliardi di euro sotto forma di permessi per inquinare gratis. Si tratta di quote di emissioni concesse ai giganti dell’acciaio, dei prodotti chimici, dell’aviazione nell’ambito del sistema di scambio Emission trading system senza corrispettivo e senza pretendere in cambio misure di efficientamento energetico o di contrasto al surriscaldamento globale. In questo modo le aziende non sono incentivate a ridurre la propria produzione di CO2, denunciano gli ambientalisti, e anzi spesso ottengono ulteriori guadagni vendendo le quote su un mercato secondario.

Ilfattoquotidiano.it negli ultimi anni ha dato conto più volte dei “buchi” nella regolazione degli scambi sull’Ets e dei ricavi stellari messi a segno grazie alle quote gratuite da multinazionali inquinanti, come i giganti dell’acciaio Arcelor Mittal, ThyssenKrupp o le compagnie petrolifere Eni, Shell e Total. L’Ets è descritto dalla Commissione come “una pietra angolare della politica dell’UE per combattere il cambiamento climatico”. Tramite la graduale diminuzione delle quote di emissioni concesse e il conseguente aumento del loro prezzo, dovrebbe distogliere le aziende dall’inquinare.

Da quando è stato introdotto questo sistema nel 2005, le emissioni di gas serra sono diminuite del 37% in tutta l’Unione, per tutti i settori ma non per l’industria pesante. Le quote gratuite hanno fatto inceppare il sistema, afferma il Wwf. Inizialmente giustificate dalla paura delle delocalizzazioni da parte delle aziende in altri Stati con norme ambientali meno stringenti, dal 2006 il numero dei permessi è diminuito, stima l’Ong. Nonostante questo, il loro valore è superiore agli 88,5 miliardi di euro addebitati fino ad ora agli inquinatori, principalmente centrali elettriche a carbone e gas, per le loro emissioni di CO2.

La cifra però potrebbe essere superiore ai 100 miliardi stimati nel rapporto del Wwf. Dal conteggio infatti sono escluse le aziende britanniche. Prima della Brexit, nel 2020, erano tra quelle che realizzavano più profitti vendendo le loro quote in eccesso, insieme alle imprese di Germania, Francia, Italia e Spagna. Secondo un rapporto di Carbon Market Watch del 2021, tra il 2008 e il 2019, le società siderurgiche, petrolchimiche, di raffineria e del cemento hanno guadagnato ben 50 miliardi di euro sul mercato secondario. Alcune di queste sono state anche risarcite dai governi per i costi dell’acquisto delle quote. Nelle sedi del Parlamento europeo, del Consiglio della Commissione si sta tentando di riformare gli strumenti, ma i negoziati procedono a rilento. Al momento i termini previsti per interrompere l’utilizzo dei permessi gratuiti sono il 2032 o il 2036.

Questo però non è l’unico nodo dell’Ets: più del 30% delle entrate realizzate in questi anni tramite il meccanismo, pari a 25 miliardi, non è stato reinvestito nel contrasto alla crisi climatica, ma è finito nel bilancio generale di Bruxelles. Secondo il Wwf, se si escludono dal conteggio i fondi destinati a rendere più efficienti i processi di combustione fossile in Polonia, Ungheria, Repubblica Ceca, Croazia e Germania (12 miliardi di euro), la stima sale a 47 miliardi, cioè la metà dei ricavi totali.

Complice la ripresa economica post Covid e la guerra in Ucraina, che hanno fatto schizzare il prezzo dell’energia, il mercato dell’Ets è destinato a crescere nel prossimo futuro. Solo nel 2022 gli esperti stimano che frutterà 33 miliardi di euro. Per il Wwf, l’Ue dovrebbe reinvestire il 100% di questa cifra in azioni per l’ambiente, sia per una questione di trasparenza verso i cittadini europei, sia per l’urgenza della crisi ecologica. “Ci resta pochissimo tempo per limitare l’aumento della temperatura globale a 1,5°C e fermare il cambiamento climatico fuori controllo, e il modo in cui spendiamo il denaro pubblico è fondamentale. – si legge nella conclusione del rapporto – Sembra chiaro che l’emissione di quote gratuite nell’ambito dell’ETS sia stato un grave fallimento politico”.

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