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Lampedusa, la parte giusta del mondo che vale il Nobel – “La trave nel piatto”, la rubrica di Slow Food

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«O’ scià, comu stà?», così dicono chinandosi sui profughi i lampedusani: «Fiato mio, come stai?». Tu sei il mio fiato, il mio respiro, la ragione del mio essere “umano”. La capacità di essere umano si misura nella possibilità di riconoscere “l’altro” come proprio simile, nell’empatia che affratella, nella tensione a preservare la vita in sé e per sé, nelle attitudini e nelle azioni che nominiamo “umanità” per l’appunto. Lampedusa è un’isola umana in quanto pratica l’umanità. Pertanto, ormai quindici anni fa, è stata candidata al Nobel per la pace: un Nobel comunitario, simbolico e denso di storie drammatiche, splendide e toccanti che da decenni si scrivono nel mare, sulle coste, nelle strade e nelle case di Lampedusa. Storie di un’umanità che si incontra e si salva reciprocamente, storie che ridefiniscono un necessario lessico dell’etica, storie esemplari che sollevano lo spirito.

Di fronte a chi si vanta di voltarsi dall’altra parte, i pescatori lampedusani si sono distinti per aver salvato innumerevoli vite umane in mare. Di fronte a chi teorizza l’illegittimità di alcune esistenze, gli isolani accolgono e sfamano senza chiedere i documenti. Di fronte a chi, senza pudore, promuove una cultura bellicista, la gente di Lampedusa veglia le coste incarnando concretamente la “Porta di Pace” dell’Europa. Perché la gente semplice di Lampedusa conosce la paura, la disperazione, l’indicibile solitudine che c’è negli occhi di un profugo.

Le innumerevoli, locali, piccole, storie di vita salvate a Lampedusa sono al contempo, nella prospettiva globale, esperienze universali di umanità. In questa doppia valenza, locale e universale, la preziosità di ciò che avviene a Lampedusa, dove si pratica la pace nel quotidiano, senza se e senza ma; dove non si è mai deciso di diventare simbolo di resilienza ma si è semplicemente deciso di restare umani. Mentre la politica valuta, mentre i governi calcolano, mentre l’Europa rimanda e la burocrazia trasforma le esistenze in pratiche amministrative.

Lampedusa non salva solo chi arriva dal mare, e sarebbe già un’enormità. Salva anche sé stessa dalla disumanità. Salva anche tutti noi: testimoniando un’idea di civiltà che non è ancora perduta.

Perché Lampedusa, senza dirlo ma facendolo, riconosce che ogni forma di vita ha valore e a tutti gli esseri umani gli stessi diritti. Perché Lampedusa contempla che l’altro possa portare anche lui verità e salvezza. Perché Lampedusa accoglie la differenza in nome della fratellanza.

Per una volta il premio Nobel per la pace dovrebbe andare a gente straordinariamente e semplicemente umana, un premio Nobel per chi fa ciò che è buono, pulito e giusto, senza clamori e senza tornaconto, e facendolo coltiva “un’altra idea di mondo”.

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