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Data center, lo studio sulla domanda di energia: “Basteranno le rinnovabili. Ma servono subito standard chiari per evitare la bolla speculativa”

Cresce il gap tra gigawatt richiesti e quelli necessari o realizzabili. Secondo la ricerca dell'Università di Padova, in collaborazione con il Wwf, lo scenario ‘base’ è il più realistico, con una quota sui consumi nazionali del 4% al 2035. Sfatato il falso mito: "Per alimentare le infrastrutture niente centrali fossili o nucleari"
Data center, lo studio sulla domanda di energia: “Basteranno le rinnovabili. Ma servono subito standard chiari per evitare la bolla speculativa”
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La domanda di energia per i data center è in crescita, ma può essere soddisfatta con energia rinnovabile, senza ricorrere né a nuove centrali fossili, né al nucleare. Le stime di crescita più elevate, infatti, riflettono in gran parte annunci di sviluppatori e non capacità effettivamente richiesta né realizzabile nel breve periodo. Per evitare che il tutto si trasformi in una bolla speculativa sia sul piano territoriale, sia su quello energetico, però, servono subito chiari standard ambientali, climatici, energetici e sociali. È questo il quadro tracciato dallo studio “Data center: quanti, dove e come. E soprattutto, alimentati con quali fonti energetiche?” realizzato dall’Università di Padova, con il contributo liberale del Wwf Italia. Il report parte dall’analisi di tre possibili scenari sul fabbisogno energetico dei dati center del futuro e sul suo peso sui consumi totali a livello nazionale. A questi scenari si arriva analizzando alcune contraddizioni. Se il mercato italiano sta vivendo un forte boom grazie a investimenti massicci (Microsoft, Data4, Equinix), in particolare nella zona di Milano, solo i due terzi degli investimenti previsti sono stati realizzati. Allo stesso modo, è vero che il gestore della rete nazionale Terna sta ricevendo un numero esorbitante di richieste di connessione per nuovi data center e che la domanda elettrica è in crescita (3,9 TWh nel 2024, pari a circa l’1,3% dei consumi nazionali), ma le proiezioni degli scenari maggiori sono con tutta probabilità sovrastimate. Di fatto, negli ultimi anni si è allargato il gap tra richieste di connessione e quelle effettive. “I Data Center sono centrali per la competitività economica dell’Italia, ma non possono divenire il grimaldello con cui proporre infrastrutture” spiega Arturo Lorenzoni, curatore dello studio e docente all’Università di Padova.

I data center in Italia

A fine 2025, in Italia c’erano 216 data center con una potenza installata di 609 megawatt, secondo l’Osservatorio del Politecnico di Milano, di 397 MW secondo la Italian Data Center Association. Non è immediato trovare corrispondenza diretta tra i dati, perché il codice Ateco per i Data Center è stato introdotto solo nel 2025 e perché molti sono interni alle aziende e non chiaramente identificabili a fini statistici. L’Italia beneficia della propria posizione baricentrica nel Mediterraneo e dell’approdo dei nuovi cavi sottomarini in fibra (BlueMed, 2Africa, SEA-ME-WE 6, Quantum Cable) in città come Palermo, Bari, Napoli e Genova, che creano un vantaggio strutturale di latenza e connettività verso Africa, Medio Oriente e Asia. I nuovi data center si concentrano dove si trovano contestualmente elevate connessioni in fibra con alta capacità, buona portata della rete elettrica in alta tensione, capacità di produzione di energia elettrica. Nell’hinterland milanese sono in corso di sviluppo molti progetti, anche di scala molto grande: sono ambiti i siti industriali in disuso, già equipaggiati di alimentazione elettrica in alta tensione.

I tre scenari di fabbisogno energetico

In Italia, Terna prevede uno scenario a due velocità: da una parte pochi hyperscale, campus enormi capaci di spostare i numeri nazionali, dall’altra molti edge da 1-5 MW. Uno studio recente di TEHA con A2A (2025) stima che la Data Economy italiana valga 60 miliardi di euro, quasi il 3% del Pil, con un potenziale di crescita, se venisse raggiunta in Italia l’incidenza sul Pil dei Paesi con le maggiori prestazioni in Europa, fino a 207 miliardi di euro al 2030. Infatti, l’incidenza sul Pil in Italia è inferiore rispetto alla media dei primi 10 Paesi europei (circa 3,7%). Il report parte dall’analisi di tre possibili scenari sul fabbisogno energetico necessario per i dati center del futuro e sul peso rispetto ai consumi totali a livello nazionale. Con un orizzonte temporale al 2035, il primo scenario ‘base’ prevede una quota sui consumi nazionali del 4%, il secondo ‘accelerato’ del 7,5% e il terzo ‘trainato dall’intelligenza artificiale’ del 15%. Al 2035 si considerano tassi di crescita progressivamente decrescenti per effetto della saturazione del mercato e miglioramenti di efficienza energetica dei sistemi. Lo scenario più realistico è considerato quello del 4% e prevede una capacità installata di 2mila megawatt e un consumo totale di 13 TWh all’anno. Ma perché viene considerato lo scenario più realistico? Più elementi indicano che gli scenari ‘Accelerato’ e ‘Trainato dall’IA’ sovrastimano significativamente la domanda effettiva.

Il gap con la domanda effettiva

Terna monitora in tempo reale le domande di connessione per i data center. “La dinamica temporale sembra sfuggire al buon senso” si scrive nello studio. Le richieste di allacciamento sono già maggiori rispetto alle stime di fabbisogno di servizi ICT e IA, eppure le nuove domande (aprile 2026) sono ancora in crescita. Le richieste sommavano 14,18 GW a fine 2024, si sono aggiunti 41,46 GW nel 2025 e 22,82 GW nei primi mesi del 2026. A fine marzo, c’erano 480 richieste per un totale di 82,63 gigawatt: “Una crescita esponenziale poco conciliabile con il ritmo di realizzazione di questi progetti, assai minore”. L’area maggiormente interessata è la Lombardia con 273 richieste per 40,9 GW. Molto distanziate la seconda regione, il Piemonte (59 richieste per 12,36 GW) e la terza, la Puglia, con 25 richieste e 7,14 GW. Le connessioni sottomarine in fibra ottica posate di recente favoriscono siti come Savona, Genova, Bari, Marsiglia. La Puglia, forte di una elevata capacità di produzione di energia elettrica rinnovabile e dotata di nuove interconnessioni in fibra, si candida a ospitare una nuova generazione di data center hyperscale.

I colli di bottiglia della filiera

Ma ci sono una serie di ostacoli per arrivare alla connessione effettiva. Un elemento critico per lo sviluppo dei data center è la disponibilità di connessioni alla rete in alta o altissima tensione in tempi compatibili con le esigenze industriali. Attualmente, i tempi medi per l’allacciamento di una grande utenza industriale alla rete di trasmissione sono stimati tra 3 e 7 anni, considerando le fasi di richiesta di connessione, valutazione tecnica, progettazione, autorizzazione e realizzazione delle opere. Questi tempi sono considerati eccessivi dagli operatori del settore e rappresentano uno dei principali ostacoli allo sviluppo del mercato italiano dei servizi ICT rispetto ai competitor europei. Il quadro autorizzativo italiano è oggi frammentato tra livelli statali (Via, Vas, autorizzazione unica) e locali, con competenze sia comunali che regionali. La procedura di connessione, allineata a quella degli impianti di generazione, richiede l’autorizzazione contestuale dell’impianto e dell’infrastruttura di connessione, ma il preventivo Terna viene emesso solo dopo la richiesta dell’operatore, senza alcuna valutazione preliminare di fattibilità tecnica, ambientale o finanziaria. Questo genera richieste seriali, contenziosi e ritardi, e contribuisce alla forte sproporzione tra GW richiesti e GW realmente necessari e realizzabili. Di fatto, nel 2023-2025 solo il 68% degli investimenti annunciati è stato effettivamente realizzato (Osservatorio Politecnico di Milano).

L’evoluzione delle prestazioni e gli effetti sui consumi

L’evoluzione recente delle prestazioni dei chip e delle tecniche di raffreddamento, inoltre, lasciano intendere che i consumi dei data center futuri saranno inferiori a quelli realizzati finora. Per dare una misura del fenomeno, quelli di Google, che consentono il funzionamento di tutti i loro prodotti informatici, tra cui il motore di ricerca, You-Tube, Google Cloud, Gemini, la mail di intere istituzioni, il Drive e altri, forniscono una potenza di calcolo per unità di energia elettrica di oltre sei volte superiore rispetto ad appena cinque anni fa. Ai fini della pianificazione di sistema e degli investimenti pubblici – si spiega quindi nel report – è prudente assumere lo scenario Base come riferimento centrale e trattare gli altri come stress test, evitando di sovradimensionare in modo costoso e potenzialmente con costi irrecuperabili la capacità termoelettrica e le infrastrutture di rete. “I consumi di energia cresceranno, ma non in quantità tale da stravolgere il settore elettrico. Anzi, le caratteristiche della domanda di energia del data center e il loro equipaggiamento con tecnologie di controllo avanzatissime li candidano a divenire parte attiva della gestione delle reti elettriche, capaci di fornire servizi di flessibilità” aggiunge Lorenzoni.

Come si alimenta la domanda futura

Prendendo in considerazione quindi lo scenario base, il report sottolinea come la domanda dei data center del futuro possa essere alimentata con energia interamente rinnovabile “eventualmente integrata dalla flotta di centrali a gas a ciclo combinato (CCGT) esistente e poco utilizzata” senza necessità di nuovo termoelettrico dedicato. E l’energia dell’atomo tanto esaltata dal Governo Meloni? “Il nucleare (inclusi i famosi piccoli reattori modulari), ammesso e non concesso veda mai la luce, non darebbe contributi significativi, almeno entro il 2035 – si spiega nel report – e non va considerato come opzione per la copertura della domanda dei data center, che crescerà nel decennio e verosimilmente saturerà in seguito”. Quello di cui c’è bisogno, però sono standard elevati che favoriscano progetti reali e basati sui migliori standard ambientali, energetici e sociali. “I data center vanno alimentati con energia rinnovabile, collocati in aree già industrializzate per evitare il consumo di suolo e per approfittare di infrastrutture già esistenti, raffreddati con circuiti chiusi di ricircolo che minimizzino il consumo di acqua in un Paese a forte rischio siccità” commenta Mariagrazia Midulla, responsabile Clima ed Energia del Wwf Italia, sottolineando la necessità di assicurare anche “i migliori standard di lavoro e un rapporto corretto con il territorio attraverso reali percorsi partecipativi e misure di ripristino naturale realmente efficaci”.

Una transizione sostenibile

Lo studio, definisce, in questa direzione, alcuni strumenti prioritari, come i Power Purchase Agreement, accordi a lungo termine che le aziende fornitrici di energia rinnovabile stipulano con i loro clienti. Alcuni oggi sono già in atto, per esempio, quelli tra Apple ed Engie (138 MW, marzo 2026, parte di un portafoglio Engie da 1,6 GW al 2030), Edison-Data4 (decennale, dal 2025), Iren-Statkraft (30 GWh/anno solare, decennale dal 2025) ed Enfinity-Microsoft (400 MW in Italia nel 2026). Nel rapporto si danno anche indicazioni sulle politiche necessarie. A partire dal suggerimento di produrre Piano Nazionale di sviluppo dei Data Center, la creazione di un processo autorizzativo ben definito e senza cortocircuiti, che introduca criteri di idoneità territoriale (disponibilità di capacità di reti elettrica e di fibra, alimentazione con fonti rinnovabili, prossimità con reti TLR) e soglie minime vincolanti di sostenibilità. Si propone anche di introdurre dei pre-screening tecnici per le richieste (per la connessione, la sostenibilità ambientale, i requisiti finanziari minimi), di vincolare i nuovi insediamenti e ampliamenti al principio “brownfield only” (solo aree impermeabilizzate, degradate o dismesse) e di introdurre degli obblighi relativi all’approvvigionamento da fonti rinnovabili, accelerando il processo autorizzativo.

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