Oltre la caratterista c’è di più. Il primo palcoscenico per Barbara Foria è stato il salotto di casa: le poesie a Natale, le canzoni, le storielle raccontate davanti ai parenti. Un inizio come tanti poi il colpo di fulmine per il teatro, da bambina, quando i genitori la portavano a vedere spettacoli di ogni sorta: la polvere in controluce che fluttua nell’aria, il velluto delle poltrone, la magia ipnotica di quegli attori capaci di tenere per due ore il pubblico col fiato sospeso. Pochi anni dopo, a 14, la prima scuola di recitazione e da lì non si è più fermata: la lunga gavetta, le piazze, i grandi classici del teatro napoletano, poi la tv, i monologhi (quelli che propone nel suo one woman show Volevo nascere scema per non andare in guerra, da gennaio in tournée) e le parodie che l’hanno consacrata a personaggio popolare. “Certo, la riconoscibilità solletica il mio narcisismo. Ma resto coi piedi per terra”, racconta a FqMagazine a pochi giorni dalla fine di questa stagione di Only Fun lo show comico campione di ascolti di Nove condotto da Elettra Lamborghini e i Panpers, di cui è stata una delle protagoniste assolute.

Barbara, lei è laureata in Giurisprudenza: che avvocato sarebbe stata?
Un legale troppo morbido, perché la parte emotiva probabilmente avrebbe prevalso. Quando ho pensato di poter fare la penalista mi sono detta: “Ma potrò mai guardare in faccia un criminale e difenderlo?”.

Che risposta si è data?
Che se mi fossi occupata di penale minorile le cose sarebbero andate meglio. Ho scritto una tesi in criminologia. In ogni caso, grazie alla mia parlantina, avrei saputo fare delle arringhe convincenti.

Quella non le è mai mancata.
“Ma quanto parli? Tu puoi fare solo l’avvocato”, mi diceva mia mamma. Fu sempre lei a dirmi: “Vuoi fare l’attrice? Nessun problema. Prima però porti a casa il pezzo di carta”.

La sua che famiglia era?
Una famiglia di laureati tra medici, architetti e professori. Dico sempre che io sono uscita “fuori razza”: la laurea non forma la persona, la cultura di scuola e quella di strada si devono fondere, ma lo studio mi ha fornito degli strumenti fondamentali.

Quali?
Mi ha aperto la testa, mi ha formato.

Studiava legge ma il palcoscenico era il suo centro di gravità.
La passione per il teatro è scoppiata da piccola, quando i miei genitori ci portavano a vedere spettacoli di ogni tipo. Ho respirato quell’atmosfera, si è sedimentata. E la prima volta su un palco è stata a 14 anni, a Pomigliano d’arco, con una scuola di teatro. Facevamo i grandi classici di Eduardo, Scarpetta, Antonio Petito. Un anno venni scelta per recitare in Napoli milionaria da Nello Mascia, un grande attore e regista: successivamente mi feci coraggio e gli chiesi di preparami per entrare all’accademia d’arte drammatica.

Come andò?
Studio matto e disperato ma alla Silvio D’Amico non mi presero forse perché non ero abbastanza pronta. Ricordo un’insegnante di canto che, al pianoforte, mi chiese se avessi avuto questa voce da sempre. Le risposi: “Il primo gemito non lo ricordo”. Pensavo che il mio timbro afono sarebbe stato un ostacolo, invece è la mia forza, il segno distintivo della mia unicità.

È vero che il suo sogno era la scuola di Gigi Proietti?
Sì, ma arrivai tardi perché l’anno che tentai il provino la chiuse. Ma per sillogismo è come se l’avessi frequentata. Il mio primo regista è stato Marco Simeoli, napoletano doc diplomato al Laboratorio di esercitazioni sceniche diretto da Proietti: molti lo considerano il suo erede artistico.

Da lui cos’ha imparato?
Moltissime cose. Nel periodo in cui lo conobbi facevo scuola di dizione, ogni 15 giorni andavo a Roma perché nella mia testa c’era l’idea che un’attrice dovesse avere un accento neutro. Marco mi disse: “Scherzi? Non farti condizionare. Il napoletano ce lo portiamo dentro e poi tu sei una caratterista, quella è la tua forza”. Mi ha insegnato a guardare oltre gli stereotipi.

Quando ha capito di avercela fatta?
Non l’ho mai pensato e non lo dico per falsa modestia. Vivo il mestiere di attrice come una scelta di vita. Ho studiato, l’ho voluto fortemente. Ma non do nulla per scontato… non sono mica Milly Carlucci. Oggi in più c’è solo una maggiore visibilità che porta alla riconoscibilità: solletica il mio narcisismo, mi stupisce e mi emoziona.

Cosa le chiedono quando la fermano per strada?
Mi riconoscono dalla voce, anche dentro un cinema buio. Mi chiedono se sono io, quella delle imitazioni.

E lei cosa risponde?
L’altro giorno in un negozio in Via Cola di Rienzo, a Roma, una signora mi ha fermato, si è complimentata ed io che ero struccata e arruffata le ho detto: “Lei mi vede così, ma di solito sono meglio”.

In un’epoca di social star giovanissime, per lei il successo vero è arrivato tardi.
Ma va benissimo così, non l’ho mai inseguito né pianificato strategie. E poi penso ad un’attrice strepitosa come Vanessa Scalera: chi frequenta il teatro la conosce da anni, per il grande pubblico è una esordiente. Il suo è un grande caso di meritocrazia.

Oltre che la riconferma che in Italia, se non fai tv, non esisti. È ancora così?
Per molti sì, purtroppo. Ma è anche vero che la tv spesso poi porta spettatori a teatro: ti vedono in un programma, li incuriosisci, ti vengono a vedere.

Il teatro cos’è per lei?
La scuola vera, il contatto col pubblico, sudore, lacrime ed emozione. Essere cercati e scelti è bellissimo.

La gavetta cos’ha rappresentato?
Un percorso a ostacoli. Tante piazze, tanti palchi, il rischio di non piacere e di venire fischiati. Una gavetta lunga la mia, fatta anche di tv regionali con Biagio Izzo e sei anni da spalla a Rosalia Porcaro. Se mi guardo indietro provo tenerezza per la determinazione e la caparbietà che ho avuto, ma c’è l’orgoglio per ciò che ho costruito.

A chi deve dire grazie?
A chi mi ha messo sul palco. E artisticamente a Gregorio Paolini e Simonetta Martone, che mi hanno fatto fare lo switch chiamandomi nel 2006 per Tintoria, uno show comico di Rai3: con loro ho capito che potevo intraprendere questo mestiere e fare la monologhista. In quel programma abbiamo debuttato in due: io e Belén Rodriguez. Ringrazio il mio primo agente Ady Gorodetzky che ha creduto in me mettendomi per la prima volta su un palcoscenico. Ma il grande successo popolare lo devo a Colorado e a Dario Viola che mi scelse nel 2011.

Belén all’epoca com’era?
La prima volta che l’ho vista indossava nu jeans e ‘na maglietta e ho pensato: ecco la sensualità fatta persona. L’ho sempre presa in giro dicendole: “Belen, per favore, ti sposti che hai un culo che parla!”.

I suoi modelli di riferimento quali sono stati?
M’incantavo davanti a Monica Vitti e Mariangela Melato, da ragazzina aspettavo sveglia per vedere il Trio a Fantastico: Anna Marchesini l’ho adorata, così come impazzivo per Troisi. Siamo stati molto fortunati ad avere dei modelli aspirazionali così alti. Oggi i giovani hanno al massimo gli influencer.

È più facile far ridere con la propria faccia o indossando la maschera di un personaggio?
Con la maschera basta un gesto, un’alzata di sopracciglio. Se ci metti la tua faccia è più complicato, te la rischi di più. Ma la soddisfazione dell’applauso che scatta per un monologo forse è persino maggiore.

Il primo tratto che coglie in un personaggio da mettere in scena?
Mi colpisce uno sguardo, un gesto, un occhio immobile. Io poi non mi considero un’imitatrice, piuttosto un’attrice prestata alle parodie. Le vere imitatrici sono Gabriella Germani, o quel genio di Virginia Raffaelle, una capace di lasciare il segno: dopo di lei nessuna può più imitare Belén senza il rischio di fare l’imitazione dell’imitazione. E non c’è niente di peggio che essere una brutta copia.

La sua prima parodia è stata quella di Scianel, il personaggio di Gomorra interpretato da Cristina Donadio. La più famosa Serena Bortone.
Il botto vero è arrivato con Serena Bortone, a Quelli che il calcio. Fu Luca Bizzarri a insistere, a dirmi che dovevo farla. Donna Imma Polese è arrivata subito: un colpo di flemma, una parrucca ed era fatta. So che lei e Matteo mi aspettavo aspettano al Castello e non vedo l’ora di andarci.

Un personaggio riuscito a metà?
Forse Selvaggia Lucarelli. Avrei voluto sperimentare di più voce ed espressività. La Bortone invece ho avuto modo di studiarla bene, di coglierne la gestualità tanto che mi è esplosa tra le mani. Pensi che l’ho “rubata” ad una bravissima imitatrice – di cui non farò il nome – che la stava per proporre: pur non sapendolo, l’ho battuta sul tempismo.

Qualcuna si è mai offesa per la sua imitazione?
Nessuna. Forse perché ho scelto di imitare persone troppo intelligenti e poco convenzionali.

Personaggi in divenire?
Quella belva di Francesca Fagnani avrei voluta farla da anni ma non me l’hanno permesso. Poi è arrivato quel genio di Vincenzo De Lucia, motivo per cui non la farò più. Anche Benedetta Rossi: ho in testa una cosa e se ci sarà un’altra edizione di Only Fun, mi piacerebbe proporre lei e una versione surreale di Marta Fascina.

Come la farebbe, la Fascina?
Visto che non parla mai e non sappiamo che voce abbia, la farei parlare con dei cartelli.

Il comico è malinconico: cliché o verità nel suo caso?
No, anzi, penso di essere più divertente nella vita che sul palco. Sono solare, ottimista di natura, coltivo poco la malinconia. Certo, come tutti non sono immune alle bruttezze dei nostri tempi.

La proposta che ancora non le è arrivata?
Un ruolo impegnato e inaspettato, non comico, in una serie tv.

Il grande sogno professionale?
Ne ho due. La fila di persone in coda per venirmi a vedere in un grande teatro italiano. E il cinema, che è il mio grande sogno: ai registi dico, muovetevi a farmelo fare che ho già 47 anni. Oltre la caratterista c’è molto di più.

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